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Sacchetti biodegradabili. Un mare di polemiche. Un mare di plastica

12/01/2018

mare di plastica

Intervista a Franco Borgogno

Mentre in Italia divampa la polemica sui sacchetti biodegradabili per gli alimenti freschi e sfusi, la plastica di tutto il mondo continua, quasi inosservata, ad arrivare nei nostri piatti. Siamo consapevoli di quanta plastica mangiamo e del fatto che i nostri rifiuti si trasformano e tornano a noi anche attraverso il cibo?
Quasi 5500 miliardi di pezzi di plastica galleggiano nei mari di tutto il mondo. Circa 300.000 tonnellate, 50 grammi per ogni essere umano presente sulla Terra. Ce lo dice nel suo libro, Un Mare di Plastica, Franco Borgogno, scritto in seguito a un incredibile viaggio fra i ghiacci del mitico passaggio a Nord Ovest, dalla Groenlandia al Canada Occidentale, con una spedizione scientifica che ha monitorato acque e micro-plastiche, nell’agosto del 2016. Franco Borgogno ha preso parte alla spedizione dell’Ong 5 Gyres Institute, per conto dell’European Research Institute, come unico italiano.
L’autore di Un Mare di Plastica si racconta ad Angelo Miotto del Festival dei Diritti Umani e risponde a una nostra domanda sull’attuale tema dei sacchetti biodegradabili.

LA PLASTICA DELL’EUROPA E DEL NORD AMERICA VIAGGIA FINO AL CANADA E ALLA GROENLANDIA

«Il mare è uno solo. La corrente circola in continuo, tra tutti i bacini diversi a cui noi diamo nomi diversi, e in questo modo trasporta tutto ciò che c’è in acqua in qualunque parte del mondo. Da questo deriva, per esempio, la ragione per cui abbiamo trovato così tante microplastiche anche in luoghi sperduti e molto poco abitati come quelli dell’estremo Nord canadese e della Groenlandia. Le analisi sui campioni che abbiamo raccolto ci hanno detto che, a grandi linee, il campione raccolto era al 30% rayon, 30% nylon, 15% PET e il 15% PVC, tutti materiali che in grandissima parte provengono dall’Europa e dal Nord America e che con le correnti e con il tempo sono arrivate fino a lì. Questo comporta delle grandi conseguenze per chi vive in quei luoghi perché i frammenti di plastica entrano nel ciclo biologico, mangiati prima dagli organismi più piccoli poi dai pesci sempre più grandi e si accumulano nel grasso delle foche, ad esempio, che sono il principale alimento di chi vive in quelle zone. Quindi, pur utilizzando relativamente poca plastica rispetto a noi e non producendo tutti i rifiuti che ci sono in quelle acque in questo momento, finiscono comunque per mangiarsela, esattamente come capita a grandi linee anche a noi, perché la plastica entra facilmente nel ciclo biologico mangiata dagli organismi che vivono in acqua. Queste conseguenze sono molto importanti in assoluto perché il mare è il principale organo della Terra, senza il mare noi non potremmo vivere per moltissime ragioni, perché non avremmo l’ossigeno da respirare, perché le temperature non sarebbero quelle che conosciamo e per tantissimi altri motivi, ma anche perché fornisce cibo a miliardi di persone. Ci permette di coltivare la Terra grazie alla regolazione del meteo. Senza questo, non avremmo la possibilità di cibarci e questo incide già in maniera pesante insieme al cambiamento climatico sulle condizioni di miliardi di persone in varie parti del mondo.»

I PEZZI DI PLASTICA CHE GALLEGGIANO SULL’ACQUA DI TUTTO IL MONDO SONO 20 VOLTE I CORPI CELESTI DELLA VIA LATTEA

«I numeri rendono l’idea: ogni anno 10 milioni di tonnellate di plastica finiscono in acqua. Ciascuno di noi ha presente quanto pesi un bicchiere di plastica, quindi ciascuno di noi può capire quale immensità siano 10 milioni di tonnellate di plastica. Sono più di 5500 miliardi di pezzi che galleggiano sull’acqua di tutto il mondo. Sono più di 20 volte i corpi celesti che ci sono nella Via Lattea. Quando noi vediamo la Via Lattea nel cielo, pensiamo all’Infinito. Bene, i pezzi di plastica che galleggiano sull’acqua sono 20 volte di più e tutto questo ci fa capire che quello che 70 anni fa abbiamo iniziato a utilizzare e a buttare e che aumenta sempre di più, perché la quantità di plastica che utilizziamo è sempre maggiore, in realtà sta creando un problema molto grave che è direttamente collegato a ciascuno di noi, dovunque viviamo, non necessariamente sul mare o in riva al mare, ma in qualunque città dell’entroterra, perché la plastica la usiamo tutti noi e tutta quella che buttiamo in percentuali molto alte, anche sopra il 60/70%, prima o poi finisce in acqua. Questo vuol dire che tutti abbiamo una piccola responsabilità, ed è possibile vederlo se facciamo un giro in un parco o in riva a un fiume, vediamo quanta plastica ritroviamo e possiamo collegare alle nostre attività quotidiane quella plastica che troviamo e che sta finendo in acqua, che quindi finirà mangiata da un pesce, tra magari 15 anni. Ciascuno di noi può riconoscere in un pezzo di plastica qualcosa che ha appena utilizzato o che utilizza frequentemente e si ricorda di quella volta che l’ha buttata. Ad esempio, un cotton fioc buttato nello scarico, finisce immediatamente nel fiume e finisce immediatamente in mare. Il cotone si sfalda e si degrada rapidamente, ma il bastoncino di plastica rischia di finire, ad esempio, nel naso delle tartarughe che sono tra gli animali più colpiti dall’inquinamento di plastica perché scambiano i sacchetti di plastica per meduse, di cui si nutrono, quindi mangiano il sacchetto di plastica e soffocano.»

IL DANNO PIÙ GRAVE ARRIVA DALLE MICROPLASTICHE

«Queste sono le conseguenze più evidenti ma meno gravi, perché le conseguenze più importanti sono quelle portate dalle microplastiche. La plastica dopo pochissimo tempo per effetto del calore, della luce, ma anche meccanico attraverso il vento o la corrente, si sfalda, si sbriciola, ma non si degrada, è ancora lo stesso polimero in dimensioni più piccole. Questo finisce disperso, rappresentando il 90% dei rifiuti di plastica che non riusciamo a vedere. Eppure, nei campionamenti ce n’è moltissimo. Quindi, meno plastica utilizziamo e meglio è, usiamo la plastica solo quando è necessario, riutilizziamola quando è possibile, ricicliamola, cioè conferiamo i rifiuti di plastica nella maniera giusta e non buttiamoli nell’ambiente. Ma poi pensiamo anche e convinciamo con il nostro potere di consumatori a utilizzare plastiche che non abbiano origine da idrocarburi, ma origini vegetali quindi biodegradabili in tempi molto più ridotti, perché è questo che conta, il tempo in cui la plastica si biodegrada modificando il suo impatto sulla terra. Non è un problema che si può risolvere in qualche anno, richiederà molti decenni per la soluzione, anche qualche secolo, ma dobbiamo iniziare a invertire la tendenza. Quando la quantità di plastica che usiamo rallenterà e cambierà completamente come origine, avremo fatto un favore ai nostri nipoti e alle generazioni future.»

Durante un'intervista telefonica, abbiamo chiesto a Franco Borgogno il suo pensiero sulla normativa dei sacchetti biodegradabili. Riportiamo la sua risposta:

«Si può fare meglio in vari sensi. Deve essere favorito, ad esempio, il riutilizzo o l’utilizzo dei contenitori propri. Se vado al mercato di strada, posso portare il mio sacchetto da casa per fare la spesa di frutta e verdura. Questa parte, quindi, è da migliorare, ma il provvedimento in sé è tutt’altro che negativo. La sostituzione delle plastiche prodotte da idrocarburi con plastiche biodegradabili risulta essere, a lungo termine, l’unica soluzione. 

Inoltre, la polemica scaturita dall’applicazione della normativa dimostra che, anche con una cifra bassa, l’utente finale si accorge della spesa e quindi prende maggiore consapevolezza dei propri usi e consumi. In questo modo, si favorisce una cultura attenta agli sprechi e al riciclo.
In ultimo, dicono che sia una manovra che favorisce un determinato settore economico e io dico che non c’è nulla di male, dal momento che si tratta di un settore economico che produce in modo verde e sostenibile. È fondamentale sostenere questo settore, soprattutto nelle sue fasi iniziali, altrimenti l’alternativa è sostenere chi non genera un’economia positiva. Si tratta, inoltre, di posti di lavoro nuovi e quindi anche la ricaduta che questo provvedimento può avere sul mercato è tutt’altro che negativa.»

 

Nunzia Vallozzi

Ufficio Stampa Web - ESO

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