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Recupero dei rifiuti: in preparazione nuovi decreti per definire i criteri che li trasformano in prodotti

26/07/2018

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Una sentenza del Consiglio di Stato ha affermato che solo lo Stato può definire a quali condizioni un rifiuto torna ad essere un prodotto. Le Regioni o le Province, secondo questa pronuncia, non potrebbero rilasciare autorizzazioni al trattamento agli impianti che non operano secondo le procedure semplificate o sulla base dei regolamenti europei sulla cessazione della qualifica di rifiuto. Il ministero dell’Ambiente sta predisponendo alcuni decreti, ma è auspicabile un diverso approccio

Di Paolo Pipere, esperto di diritto dell’ambiente e consulente ambientale

Gli impianti di recupero esistono per trasformare i rifiuti in merci, che si tratti di materie prime oppure di prodotti finiti. Se la trasformazione in prodotto può avvenire solo per le tre tipologie di rifiuti disciplinate a livello europeo - rottami di ferro, acciaio e leghe di alluminio; rottami di rame e rottami di vetro - e per un limitato elenco di rifiuti individuati venti (D.M. 5 febbraio 1998) o sedici anni fa (D.M. 161/2002), allora la tanto invocata transizione a un modello di economia circolare, capace di utilizzare i rifiuti in sostituzione delle materie prime tradizionali e non rinnovabili, non potrà essere realizzata.
Per questo motivo è importante affermare il principio che ogni Stato membro dell’Unione Europea può, realizzando concretamente il principio del decentramento delle funzioni amministrative, affidare ad articolazioni di differente livello della pubblica amministrazione la responsabilità di definire, nel rispetto del D.Lgs 152/2006 che ha recepito la Direttiva quadro sui rifiuti, i criteri di dettaglio per verificare se un il processo di recupero di rifiuti attuato in un determinato impianto è giunto a buon fine, trasformando il rifiuto in merce. Il ministero dell’ambiente, secondo anticipazioni della stampa di settore, sta predisponendo una norma per raggiungere questo obiettivo.

I decreti in preparazione

Sembra anche che il ministero stia preparando alcuni decreti ministeriali per definire le modalità di cessazione della qualifica di rifiuto (end of waste) di alcune tipologie di scarti. Da tempo si dice che la carta da macero, gli pneumatici fuori uso, i prodotti assorbenti per la persona e i rifiuti inerti da costruzione e demolizione potrebbero essere le tipologie di rifiuti destinate ad essere disciplinate con uno specifico regolamento.
I tempi di predisposizione dei decreti sono però molto lunghi. Per non bloccare il settore del recupero, che ha un già un ruolo importante nella nostra economia, oltre al decreto che affermi la possibilità di giungere a definire la cessazione della qualifica “caso per caso”, naturalmente facendo in modo che non vi siano sperequazioni tra le diverse aree del Paese, è perciò necessario adottare un diverso approccio.

Un approccio unitario per la soluzione del problema

In primo luogo, è necessario affermare il principio generale secondo il quale la cessazione della qualifica di rifiuto si ottiene solo ed esclusivamente quando al termine del processo di recupero si genera un vero e proprio prodotto, conforme a tutte le norme cogenti e alle norme tecniche eventualmente richiamate dalle norme cogenti, applicabili a quella tipologia di prodotti.    
In secondo luogo, se il principio appena esposto fosse stato chiaramente definito, allora i "criteri specifici" per la cessazione della qualifica rifiuto non servirebbero. Ci sono già decine, se non centinaia di norme che definiscono tutti i requisiti minimi che ogni tipologia di prodotto deve soddisfare per poter essere immesso sul mercato nazionale.
Ciò che si ottiene dal trattamento dei rifiuti non ha un "peccato originale" da scontare, non servono norme per la carta recuperata dai rifiuti diverse da quelle per la carta che può essere immessa sul mercato italiano pur essendo stata prodotta in Paesi nei quali non c'è alcuna norma ambientale o sanitaria o, se c’è, nessun controllo che ne assicuri il rispetto.

Ai prodotti si applicano le norme sui prodotti

Tutti i prodotti, qualunque sia la loro origine, devono essere perfettamente conformi ai requisiti minimi fissati per legge. I Regolamenti REACH e CLP non si applicano ai rifiuti, ma non ha senso pensare di avere Regolamenti "REACH waste" o "CLP waste" che si applicano ai prodotti derivati dai rifiuti, perché se da un processo di recupero si genera una sostanza sottoposta, per esempio, al REACH si applicherà il REACH e non una norma specificamente volta a disciplinare le sostanze derivate dai processi di recupero dei rifiuti.
Infine, anche i trattamenti di preparazione per il riutilizzo realizzano la cessazione della qualifica di rifiuto consentendoci di avere "nuovi" prodotti, pertanto si deve superare al più presto la paralisi assoluta che si riscontra nel rilascio delle autorizzazioni per l'esercizio di queste attività: anche in questo caso non c'è alcun bisogno di un decreto ministeriale sui personal computer o i fusti rigenerati, ci sono già le norme che disciplinano in ogni dettaglio l'immissione sul mercato di questo genere di prodotti.


Di Paolo Pipere, esperto di diritto dell’ambiente e consulente ambientale

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