Cinque punti di forza di un network green
Il Sole 24 Ore
Non è un distretto in senso stretto, ma una rete. Con numeri già di tutto rispetto: 400 imprese – dal riciclaggio rifiuti al trattamento della acque reflue, al risanamento via batteri di ex aree industriali – 50 miliardi di ricavi, 25mila addetti. È il Green Economy Network, che sorge intorno a Milano. Non a caso Milano, sede di eccellenze universitarie: il 40% di queste imprese possiede brevetti, il 33% ha rapporti con atenei. E se la dimensione d’impresa è ancora – secondo la mappatura realizzata da Assolombarda – il punto dolente, è pur vero che in questo “distretto leggero” si rileva una correlazione diretta tra innovazione e crescita dimensionale. Perché tutto ciò ha qualcosa (di buono) da dire sul futuro dell’Italia industriale? Per almeno 5 motivi: 1) per il forte legame con i poli del sapere e della Knowledge society localizzata nell’area avanzata milanese; 2) perché è una forma di alleanza “snella”, basata spesso su singoli progetti: quel che si chiede ai partner è ciò che occorre in quel momento per far compiere all’impresa il salto di qualità richiesto; 3) per la capacità che i primi due ingredienti hanno di generare proiezione internazionale: è sull’estero – verrebbe da dire “purtroppo” – che si misura ancora l’affidabilità dell’innovazione eco-compatibile; 4) per l’oggetto stesso dell’innovazione e del distretto, quell’economia verde, appunto, che qualcuno chiama soft, che è una delle frontiere del nostro futuro industriale. Piccola nota: la soft o green economy non esclude affatto l’hard dell’alta meccanica. Anzi. Oltre la metà delle 400 imprese sono metalmeccaniche. Eccolo il quinto elemento per essere ottimisti sul Green Economy Network: la continuità con l’eccellenza italiana.
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