Il secondo anniversario
Era l’11 marzo 2011: questa la data del disastro che, due anni fa, ha portato la morte a Fukushima.
Quasi 19.000 le vittime e i dispersi del terremoto, dello tsunami e dell’incidente nucleare.
Tre giorni fa il Giappone si è fermato per un minuto di silenzio con le bandiere a lutto, le commemorazioni si sono tenute nelle tre principali prefetture colpite dallo tsunami: Miyagi, Iwate e Fukushima.
Dal punto di vista dell’inquinamento, lo tsunami del 2011 ha provocato un grosso scarico di rifiuti in mare: case, muri, auto, articoli per la casa e moltissimo altro, si sono riversati in mare per circa 3 milioni e mezzo di tonnellate.
Per molti anni, questi rifiuti contribuiranno all’inquinamento dell’Oceano Pacifico, oltre ad essere un pericolo per la navigazione, un rischio per i mammiferi marini, le tartarughe e gli uccelli.
Le coste nord-americane, canadesi e dell’Alaska hanno già cominciato ad accogliere loro malgrado i resti delle prefetture giapponesi devastate.
Lo tsunami, inoltre, ha causato 27,6 milioni di tonnellate di detriti lungo la costa Nord Est del paese.
Il governo intende completare lo smaltimento delle macerie entro la fine di marzo 2014.
Due anni dopo, il disastro nucleare sembra ridimensionato, per lo meno lo sono le sue conseguenze dirette sulla salute umana: secondo un rapporto dell’Organizzazione mondiale per la sanità (Oms) il rischio di sviluppare un cancro è aumentato in maniera molto lieve, e solo nella popolazione delle aree più vicine al disastro.
Secondo il Time, il peggio è stato evitato sia grazie all’immediata evacuazione delle città vicine alla centrale, sia al bando al cibo proveniente dalle zone colpite.
Poco soddisfatta delle conclusioni dell’Oms è Greenpeace, che identifica il rapporto come documento politico mirato a proteggere l’industria nucleare.
Sempre secondo il Time invece, come anche secondo il governo giapponese, l’Oms starebbe addirittura sovrastimando i rischi in quanto, rispetto ai 5,2 milioni di terabequerel rilasciati durante l’incidente di Chernobyl, gli impianti di Fukushima hanno rilasciato “solo” 900mila terabequerel.
Ad ogni modo, chi se n’è andato da Fukushima per il timore di conseguenze sulla propria salute, non ha più fatto ritorno.
Tutt’oggi molte persone si stanno allontanando, perchè stanno perdendo fiducia nel proprio governo che, come racconta il New York Times, vuole riavviare i reattori colpiti dal disastro.
Dall’altra parte ci sono i Fukushima 50, coloro che nei giorni immediatamente successivi al disastro erano nella centrale a lavorare, per evitare il meltdown dei reattori e per cercare di mettere in sicurezza gli impianti.
Questi operai della Tepco (azienda che gestisce la centrale di Fukushima Daiichi), hanno lavorato in condizioni disperate, esponendosi alle radiazioni e al rischio di crolli.
Proprio questi stessi operai, che hanno messo a disposizione la loro vita per salvare il possibile, sono ora odiati nella loro patria, a causa dell’azienda per cui lavorano.
Fukushima rappresenta uno dei momenti più bui per il nostro pianeta e anche per il genere umano, per quei sentimenti di paura, disperazione e rabbia che abbiamo provato tutti vedendo le immagini di quell’11 marzo, in tv e sui giornali.
Due anni dopo, i problemi derivati dall’incidente sono ancora ben presenti, la normalità è lontana e il popolo giapponese sta andando avanti, sapendo che non vuole più rischiare tanto.
Nadia Bertana
Ufficio Stampa ESO
Articoli correlati
Contattaci per una consulenza
Parla con ESO per smaltimento, riciclo, recupero, gestione rifiuti e consulenza.
Contattaci