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Un passo avanti e tanti indietro

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Un passo avanti e tanti indietro

È un’Italia delle contraddizioni quella che in questo periodo si presenta agli occhi del lettore attento ai temi legati all’ecologia. Ma anche di quello non attento, considerata la frequenza ormai quotidiana con cui i mezzi di comunicazione trattano di riduzione delle emissioni e fonti energetiche alternative/rinnovabili.
Così, sul Corriere della Sera dello scorso 8 luglio, in un articolo a firma di Roberto Bagnoli, si legge: “Eco-patto da 12 miliardi di euro alla vigilia del G8 dell’Aquila tra il Ministero dell’Ambiente e 11 grandi aziende che si impegnano a investire in fonti rinnovabili e nell’efficienza energetica. Il governo da parte sua mette a disposizione un fondo di rotazione da 600 milioni di euro gestito dalla Cassa depositi e prestiti in grado di generare – da solo – investimenti per 3 miliardi di euro. L’accordo è stato sottoscritto ieri a Palazzo Chigi dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo e dai numeri uno di Enel, Eni, Edison, Società Autostrade, Edipower, Enac, Finbieticola, Ferrovie dello Stato, Italcementi, Sorgenia e Terna“. Di questo eco-patto parla a lungo Carlo Pesenti, consigliere delegato di Italcementi, in una interessante intervista a firma di Fabio De Rossi pubblicata nel numero 30 (24 Luglio 2009) del settimanale Il Mondo. Pesenti già nel 2007, dalle pagine dello stesso settimanale, aveva anticipato l’esigenza di un patto per l’ambiente tra industria e istituzioni e oggi ritiene che “gli accordi sottoscritti a Palazzo Chigi lo scorso 7 luglio rappresentino un primo passo in questa direzione. Soprattuto perché pongono le basi per il raggiungimento di una maggiore efficienza ambientale dei processi produttivi, da coniugare con più rapidi iter autorizzativi“. Nel caso di Italcementi gli investimenti saranno rivolti all’aumento dell’efficienza energetica degli impianti di produzione di cemento e all’introduzione dell’impiego di energia da rifiuti.
Fin qui tutto bene. Di seguito però quanto pubblicava lo scorso 15 luglio La Nuova Ecologia, il giornale di Legambiente: “Il ritorno dell’Italia al nucleare potrebbe arrivare già nel 2018 e senza bisogno di ricorrere a pressioni sui territori che verranno individuati come sedi ideali per le prossime centrali. Se tutto procede nei tempi previsti, con l’arrivo delle necessarie autorizzazioni secondo l’iter programmato, sarà possibile posare la prima pietra nel 2013 e arrivare alla produzione di elettricità dall’atomo dopo 4 o 5 anni, i tempi tecnici necessari alla costruzione della centrale. Ne è sicuro l’amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti, che ieri in Slovacchia ha tagliato, insieme al ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, il nastro che inaugurava l’ampliamento della centrale nucleare di Mochovce. (…) Enel, nel frattempo, si sta portando avanti con il lavoro (“I nostri tecnici stanno lavorando per individuare i siti e alcuni sono stati già individuati”), attraverso studi del gruppo, in attesa dei decreti attuativi che dovranno dettare gli ultimi dettagli. (…) Ricordando che, “se non si raggiungessero le condivisioni” fra enti locali e amministrazione centrale, il “Governo può in via eccezionale utilizzare strumenti sostitutivi previsti dalla costituzione per l’interesse generale del paese”, Scajola si è detto certo che “realizzeremo i siti nucleari senza utilizzare gli strumenti sostitutivi del potere dello stato, perché ritengo che la stragrande maggioranza del paese abbia capito che nucleare vuol dire sicurezza, sviluppo, grandi investimenti e crescita professionale dei nostri giovani“.
Ma Scajola e Prestigiacomo non sono due ministri del medesimo governo? Ed Enel non è la stessa azienda che ha firmato l’eco-patto? I provvedimenti in materia di energia contenuti nel Ddl Sviluppo, da poco approvato e di cui si parla qui sotto, confermano che la contraddizione regna sovrana.

Costanza Fregoni
Ufficio Stampa ESO

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