Nulla di fatto a Bangkok
Si sono da poco concluse le due settimane di Climate Change Talks svoltesi a Bangkok, dalle quali è uscito veramente poco di buono. E forse il risultato più frustrante di questo evento è stato la rottura, più psicologica che reale, dell’idilliaco binomio Obama-ecologia. Già, perché a Bangkok gli Stati Uniti hanno seccamente dichiarato la loro non disponibilità a ratificare a Copenaghen – dove si svolgerà dal 7 al 18 dicembre prossimi la 15a Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sul clima – una seconda fase del Protocollo di Kyoto. Posizione coerente, d’altra parte, visto che gli Usa non hanno mai ratificato neppure la prima fase degli accordi, tutt’ora in corso. Gli Stati Uniti sostengono invece l’urgenza di un nuovo quadro giuridico in cui tutti i Paesi dovrebbero fissare i propri sistemi di abbattimento delle emissioni di gas serra e accettare la verifica di tali sistemi da parte di esperti esterni. Ma i Paesi emergenti, Cina e India in testa, non ci stanno. Il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici in atto, affermano, sono stati determinati da un piccolo gruppo di Paesi, Usa compresi ovviamente. E la maggior parte del mondo è semplicemente vittima del loro comportamento irresponsabile. Questo fa sì che un prolungamento di Kyoto e il mantenimento di impegni diversificati tra Paesi ricchi e poveri siano indispensabili.
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