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Cop21 a Parigi: si cerca l’intesa sul clima

Cop21 a Parigi: si cerca l’intesa sul clima

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Cop21 a Parigi: si cerca l’intesa sul clima

Dopo tante dichiarazioni, manifestazioni di aspettative, analisi, eventi anticipatori, è iniziata il 30 novembre 2015 la Cop21 a Parigi, due settimane circa piene di eventi, dibattiti e negoziati. I leader sono chiamati a decidere e impegnarsi sul clima. La sfida, infatti, è enorme: contenere il cambiamento climatico che minaccia le nostre società e le nostre economie. L’auspicio è che dalla conferenza esca un accordo universale valido che disegni il quadro di transizione verso società ed economie decarbonizzate e capaci di affrontare i cambiamenti climatici, sempre più pressanti e con effetti spesso dirompenti e imprevedibili.


Sono 196 i firmatari (195 stati più l’Unione europea) della cosiddetta Conferenza delle parti, chiamati a raccolta nell’area aeroportuale di Le Bourget. Alla Francia, padrona di casa, spetta la responsabilità di facilitare i dibattiti tra paesi e assicurare un funzionamento trasparente e inclusivo del processo di negoziato per favorire l’adozione di un accordo.

L’obiettivo è chiudere con un accordo (attraverso una nuova formula diversa da Tokyo e soprattutto da Copenaghen, che fu un fallimento) di gestione efficace degli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 che i singoli paesi prendono, con il necessario trasferimento di tecnologie dai paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo assicurato da un fondo già prestabilito.

Dal punto di vista scientifico, l’imperativo di fondo è quello di mantenere il riscaldamento climatico sotto la soglia dei 2 gradi centigradi rispetto all’era preindustriale (1850 circa). Il futuro accordo internazionale dovrà prima trattare, in modo equilibrato, dell’attenuazione, cioè degli sforzi di basse emissioni di gas serra, e di adattamento delle società ai cambiamenti climatici già esistenti. Altro obiettivo che la Cop di Parigi dovrà raggiungere è la mobilitazione di 100 miliardi di dollari per anno (circa 78 miliardi d’euro) da parte degli stati, delle organizzazioni internazionali e del settore privato a cominciare dal 2020.

Ecco il resoconto delle prime giornate della Cop21.

La prima giornata della Cop21 a Parigi ha visto i principali leader mondiali dichiarare le proprie posizioni in merito all’inquinamento atmosferico e le scelte di politica energetica.

Alla Cop21 partecipano 195 Paesi, 152 tra capi di Stato e premier, e 25mila delegati di vario livello: l’inaugurazione prevede l’l’intervento di apertura di tutti i leader, e quelli più attesi appartengono ovviamente ai Paesi considerati tra i maggiori inquinatori, come Usa, Russia e soprattutto Cina, il cui ruolo potrebbe essere cruciale per l’ottenimento di un accordo al rialzo che preveda sostanziali modifiche alle politiche energetiche: il gigante asiatico fino al 1995 produceva 2,8 tonnellate di gas serra pro capite, oggi siamo a 6,7, giusto per capire le dimensioni che ha assunto l’inquinamento atmosferico responsabile dei mutamenti climatici negli ultimi 20 anni.

La Cina ha appena approvato un piano per la lotta all’inquinamento, impegnandosi a non aumentare le emissioni nocive dal 2030, ma non esistono al momento politiche vincolanti. Se la posizione della Cina pare dunque ambigua ed oscillante, ma quanto mena aperta alla necessità di modifiche, molto netta è quella dell’India, altro grande Paese considerato inquinatore, che ha già annunciato che non ha alcuna intenzione di rivedere la propria politica energetica fondata sul carbone, e con queste premesse pare molto difficile riuscire ad ottenere un accordo al rialzo piuttosto che invece al ribasso. 

Da parte occidentale, con Obama a fine mandato e con le mani legate da un Parlamento nelle mani dell’opposizione, appare complicato che gli Usa possano svolgere un ruolo guida in un’ipotetica rivoluzione green, poiché dopo la Cop21 inizierà il cosiddetto semestre bianco, e la politica energetica sarà ormai nelle mani del nuovo Presidente. 

L’Europa ha fatto diversi progressi, sebbene conti solo il 10 per cento delle emissioni globali, con la promessa di tagliarle del 27 per cento entro il 2020: ma il fatto di essere un’Unione divisa anche dalla prospettiva energetica, con Paesi già pronti a smarcarsi da lacci troppo stretti, come pare la stessa Francia secondo alcune ricostruzioni, non permetterà alla Ue in grado di fungere da arbitro al tavolo dei negoziati, proprio perché non avrà una sola politica energetica ma con i Paesi in ordine sparso. 

La seconda giornata della Cop21 a Parigi è tutta incentrata su interventi e dibattiti riguardanti le foreste e l’agricoltura, messi a dura prova dai cambiamenti climatici in atto negli ultimi 20 anni. In mattinata anche un panel concentrato interamente sull’Africa, alla presenza del segretario generale dell’Onu Ban Ki Moon, che in merito ha dichiarato: “L’Africa sarà decisiva in questo accordo, loro hanno bisogno del loro aiuto e noi abbiamo bisogno del loro”. Una prima bozza dell’accordo è prevista per il giorno 9, e il Presidente degli Usa Barack Obama è tornato ad auspicare un accordo che sia almeno in parte vincolante, mentre il premier italiano Matteo Renzi ha ricordato come il nostro Paese e l’Europa abbiano già investito molto sull’energia verde.
 
Il 3 dicembre sono entrati nel vivo i lavori di negoziazione alla Cop21 di Parigi con la riunione dell’Adp, ovvero la piattaforma dove le parti si incontrano allo scopo di raggiungere un accordo testuale, parola per parola: tra schermaglie procedurali e discussioni sulle opzioni in campo da sciogliere, si lavora affinché si arrivi ad una sintesi sulla bozza della Cop decision, ovvero il secondo documento che andrà a comporre il pacchetto di Parigi. Nel pomeriggio di ieri è stato affrontato anche il tema degli Indcs, i contributi nazionali volontari, che contengono la strategia di ogni nazione per ridurre le proprie emissioni, e va detto che le stime al riguardo vedano proiezioni ben superiori all’obiettivo di mantenere l’aumento medio di temperatura globale al di sotto dei 2 gradi: per questo motivo si cerca di raggiungere un accordo circa gli aggiornamenti periodici dei contributi nazionali ogni cinque anni.
 
Queste dunque sono le posizioni iniziali: le speranze di trovare un accordo sono poche ma non è impossibile, tenendo conto anche dei numerosi effetti collaterali del cambiamento climatico già in atto, dai disastri naturali al massiccio fenomeno migratorio.






Daniela Calabrò
Ufficio Stampa ESO

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