Dopo due settimane di negoziati il nuovo accordo sul clima è stato firmato dai rappresentanti dei diversi paesi presenti alla Cop21. Ecco i punti principali dell’accordo finale.
Riscaldamento globale. L’obiettivo generale, quello richiesto unanimamente, è stato rispettato e inserito nel testo dell’accordo: mantenere, cioè, l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali entro il 2020 e proseguire gli sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi C, “riconoscendo che questo ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti del cambiamento climatico”. Altro aspetto importante è che il testo prevede un processo di revisione degli obiettivi volontari (Indc) che dovrà svolgersi ogni 5 anni, ma invita a un dialogo facilitativo “a partire del 2018” così da arrivare al 2020 già con nuovi indici; questo perché, secondo previsioni scientifiche concordanti, con gli attuali impegni si arriverebbe comunque a un rialzo delle temperature di quasi 3 gradi. Tra i sostenitori, più di 100 Paesi, l’Unione europea e soprattutto gli Stati Uniti. Tra i contrari, l’Arabia Saudita, secondo cui un obiettivo così ambizioso potrebbe mettere a rischio la sicurezza alimentare del pianeta.
Paesi in via di sviluppo. Nel testo è stato inserito, nell’ambito delle decisioni non vincolanti, l’invito “ai Paesi sviluppati a incrementare il loro livello di supporto finanziario, con una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020 per mitigazione e adattamento, aumentando in modo significativo i finanziamenti per l’adattamento rispetto ai livelli attuali e fornendo l’appropriato supporto tecnologico e di creazione di competenze”. In pratica i paesi sviluppati devono fornire i mezzi, gli altri sono invitati ad agire.
Riduzione delle emissioni di CO2. Per quanto riguarda le emissioni inquinanti, nel testo si prevede di raggiungere un picco globale delle emissioni di gas a effetto serra nel più breve tempo possibile, anche se che ci vorrà più tempo per i Paesi in via di sviluppo, e di “intraprendere riduzioni rapide da quel picco in poi secondo le conoscenze scientifiche disponibili, in modo da arrivare a un equilibrio tra le emissioni in atmosfera e le emissioni assorbite in modo persistente dalle biomassa (foreste, suolo) o catturate e stoccate sotto terra. Secondo i critici dell’accordo questo potrebbe aiutare a ridurre in modo significativo le emissioni, ma non potrà sostituire la necessità di ridurre a zero le emissioni inquinanti. I Paesi più colpiti dall’impatto del cambiamento climatico e molte ong avevano chiesto a gran voce un impegno chiaro, mentre i giganti emergenti, India e Cina, premevano per posticipare o sfumare qualsiasi obbligo, rivendicando il diritto a bruciare carbone. Proprio per questo motivo nell’accordo, giuridicamente vincolante, non si parla più nello specifico di “neutralità carbonica” e non si precisa più l’obiettivo delle riduzioni entro il 2050.
Impegni nazionali e revisioni. Ogni cinque anni i paesi dovranno rivedere il loro contributo e rinnovare gli impegni nazionali per raggiungere gli obiettivi fissati e quelli futuri che non potranno essere meno ambiziosi rispetto a quelli precedenti.
Spinta alle rinnovabili. In base all’accordo gli impatti sui produttori di energia rinnovabile sono indiretti. Nel testo, infatti, non è esplicitato in modo diretto una “maggiore diffusione delle energie rinnovabili”, ma gli esperti dicono che gli obiettivi di temperatura a lungo termine e la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra costringeranno i paesi a incentivare la produzione di energia pulita per riuscire a raggiungere gli obiettivi dichiarati.
Refrigerazione. Spinta anche sulla refrigerazione. In questo caso si tratta di una novità introdotta non nel testo dell’accordo ma che deve ad ogni modo alle discussioni emerse nel corso del summit di Parigi. Durante un evento, l’associazione industriale americana The Alliance ha presentato due iniziative dell’industria della refrigerazione e della climatizzazione per sottolineare il suo impegno nella lotta al riscaldamento climatico. Si tratta del Global Food Chain Council (GFCCC) che si concentra su catena del freddo e scarti alimentari e della Global Refrigerant Management Initiative (GRMI) che si propone la gestione responsabile dei fluidi refrigeranti. Anche l’UNEP (programma ambientale delle Nazioni Unite) è coinvolto nelle due iniziative. Il GFCCC mira a promuovere la transizione alle tecnologie a basso potenziale di riscaldamento globale e a rafforzare la catena alimentare, in particolare nei paesi in via di sviluppo. La GRMI mira, invece, a ridurre le emissioni delle installazioni di refrigerazione e climatizzazione in seguito a fughe occasionate da installazione, manutenzione e fine di vita. A tal fine, saranno messi a punto programmi formativi e di certificazione su scala mondiale.
La cerimonia ufficiale di firma sarà il 22 aprile 2016 a New York e l’entrata in vigore del trattato, non prima del 2020, avverrà 30 giorni da quando almeno 55 parti responsabili di almeno il 55% delle emissioni di gas serra lo avranno ratificato.
Daniela Calabrò
Ufficio Stampa ESO