Nella Giornata mondiale della Terra (Earth Day), che si svolge ogni anno un mese e due giorni dopo l’equinozio di primavera, il 22 aprile, si è tenuta la cerimonia al Palazzo di Vetro dell’ONU, a New York, per la firma dello storico accordo sul clima raggiunto lo scorso dicembre a Parigi per fermare il riscaldamento del Pianeta.
I leader di 175 nazioni hanno posto la firma puntando l’attenzione sulle giovani generazioni e le responsabilità attuali nell’evitare cambiamenti climatici devastanti. L’Accordo di Parigi resterà aperto per un anno, fino al 21 aprile 2017, per accogliere altre firme. Ma il presidente francese Hollande, come Paese ospite della COP21, ha detto chiaramente che si punta all’entrata in vigore entro la fine dell’anno.
L’Accordo entrerà in vigore dopo che almeno 55 paesi, che rappresentino il 55 per cento delle emissioni globali di gas a effetto serra, lo ratificheranno. I negoziatori sulla Convenzione ONU sul Clima si incontreranno il mese prossimo a Bonn, in Germania, per iniziare a porre le basi per rendere operativo l’accordo.
Per la prima volta c’è un accordo che coinvolge l’intero pianeta, che monitora e incentiva le politiche sul clima e che, soprattutto, traccia un percorso futuro per porre un freno importante al surriscaldamento globale.
Ecco i punti chiave del documento che, in sole trentuno pagine, stabilisce l’impegno del mondo ad azzerare le emissioni di gas serra nella seconda metà del secolo.
– Aumento della temperatura entro i 2 gradi. Una volta adottato e applicato l’accordo, i piani nazionali dovrebbero prevedere il contenimento del surriscaldamento globale entro un tetto di +2 gradi centigradi, cercando di puntare addirittura l’asticella a +1,5 gradi. Per centrare tale obiettivo è necessario che le emissioni inizino a calare dal 2020. Un significativo passo avanti rispetto alla conferenza sul clima di Copenaghen del 2009, quando i circa duecento paesi partecipanti si limitarono a contrarre impegni affinché l’aumento della temperatura globale venisse limitato rispetto ai valori dell’era preindustriale.
– Revisione ogni 5 anni. Se da un lato si è lasciato ai singoli governi il compito di fissare misure e interventi, dall’altro è stata creata un’architettura istituzionale per monitorare tali politiche. Il testo prevede infatti un processo di revisione degli obiettivi da svolgersi ogni cinque anni, con il primo giro di controllo già fissato al 2018, quando si chiederà agli stati di aumentare il taglio delle emissioni per arrivare al 2020 con la richiesta di nuovi e più stringenti limiti.
– 100 miliardi di dollari l’anno ai paesi poveri. L’accordo prevede il versamento, da parte dei paesi industrializzati, di cento miliardi all’anno (a partire dal 2020) ai paesi più poveri, per aiutarli nello sviluppo sostenibile contenendo così l’emissione di gas serra.
– Meccanismo loss and damage. Il documento tiene in considerazione la questione dei danni causati dagli effetti del cambiamento climatico, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Il meccanismo loss and damage si aggiunge agli sforzi già effettuati sul fronte della mitigazione e dell’adattamento e crea una sorta di “fondo di emergenza” per far fronte ai potenziali effetti disastrosi che vari fenomeni climatici causeranno in futuro ai paesi ed alle popolazioni più vulnerabili.
Lo scenario delle azioni virtuose necessario a raggiungere l’obiettivo è stato tracciato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile nella ricerca “La svolta dopo l’accordo di Parigi. Italy Climate Report 2016”, presentata oggi, nel corso del Meeting di primavera.
Per l’Italia (ipotizzando l’obiettivo intermedio, una crescita della temperatura di 1,75 gradi) significa dimezzare le emissioni serra al 2050 rispetto ai valori del 1990 (oggi sono a -20%), portare le fonti rinnovabili al 35% dei consumi energetici (oggi sono al 17,3%) e al 66% dei consumi elettrici (oggi sono al 38%), aumentare del 40% l’efficienza.
Secondo la Fondazione, è fondamentale definire una nuova strategia energetica nazionale per raggiungere lo scopo. Avviare una riforma della fiscalità in chiave ecologica introducendo una carbon tax e un processo di riallocazione degli incentivi dannosi a livello ambientale senza aumentare il carico fiscale complessivo e riducendo la tassazione sulle imprese e sul lavoro; introdurre un sistema di carbon pricing, riconoscendo i costi effettivi dei combustibili fossili e consentendo, così, di incentivare le fonti rinnovabili senza pesare sulle bollette; rivedere gli strumenti a sostegno dell’efficienza energetica per favorire interventi strutturali ad alta efficacia, a cominciare dalla riqualificazione del pieno edificio, varando un piano nazionale di riqualificazione del parco edilizio pubblico; mettere in atto politiche efficaci e concrete per lo sviluppo di una mobilità sostenibile, dando priorità di intervento alle aree urbane, le mosse suggerite.
Daniela Calabrò
Ufficio Stampa ESO