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Rinnovabili: quali prospettive?

Rinnovabili: quali prospettive?

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Rinnovabili: quali prospettive?

Secondo quanto riportato di recente da Veronafiere, organizzatrice di Bioenergy Expo, che nel 2010 si svolgerà dal 4 al 7 febbraio, “gli incentivi verdi messi in campo dai Paesi del G-20 solamente nell’aprile di quest’anno hanno superato complessivamente i 183 miliardi di dollari. E il trend – fatto salvo il Nord America, in parte paralizzato nel 2008, nell’attesa di conoscere le politiche energetiche del presidente Barack Obama, ma attualmente già alle prese con una sensibile inversione di rotta positiva – è stato soddisfacente in tutto il mondo. (…) Il settore delle energie rinnovabili sembra pertanto garantire un certo sviluppo. E le elaborazioni sui dati New Energy Finance, difatti, lo confermano. L’Europa, con 49,7 miliardi di dollari investiti nel 2008, ha imcrementato del 2,26% sull’anno precedente le risorse verso il green deal. (…) Tutto questo ha fatto ipotizzare all’Unep (United Nations Environment Programme) una crescita importante anche sul versante occupazionale. Tanto che dagli attuali due milioni di addetti complessivi nel settore delle energie rinnovabili si arriverà a 20 milioni di posti di lavoro nel 2030“.
Riflessioni decisamente più pessimiste ci pervengono da Richard Heinberg e Jerry Mander, che per conto dell’International Forum on Globalization e del Post Carbon Institute hanno curato lo studio Searching for a miracle: Net Energy, Limits & the Fate of Industrial Society. I due ricercatori hanno preso in considerazione ben 18 sorgenti tra combustibili fossili, nucleare, eolico, solare, moto ondoso, geotermia, biomasse e altre energie rinnovabili, calcolandone la net energy, la differenza tra l’energia prodotta e quella assorbita dal funzionamento degli impianti. La conclusione cui essi pervengono è deprimente: di qui al 2100 (praticamente domani) neppure combustibili fossili ed energie alternative insieme potranno far fronte alla richiesta globale di energia. E non per questioni di disponibilità, bensì per limiti loro intrinseci: nucleare e combustibili fossili sono troppo pericolosi per l’ambiente mentre le rinnovabili richiedono investimenti troppo cospicui e tempi troppo lunghi per poter costituire una valida alternativa in una società a elevato tasso di industrializzazione. “Se la transizione dalle attuali fonti energetiche a quelle alternative viene gestita in modo sbagliato – sostengono Heinberg e Mander – le conseguenze potrebbero essere gravi: c’è un nesso indiscutibile tra i livelli pro-capite del consumo energetico e il benessere economico. La mancanza di una sufficiente fornitura di energia, o di energia di qualità sufficiente, potrebbe compromettere il benessere futuro dell’umanità, mentre un fallimento della veloce transizione dai combustibili fossili potrebbe compromettere gli ecosistemi vitali della Terra“. Quale la soluzione proposta? Semplice, a parole: risparmio di energia, materie prime e risorse. Ma anche progressiva riduzione della popolazione mondiale. Ci risiamo: la sostenibilità deve per forza fare i conti col calo demografico? Insomma, per risolvere i nostri problemi energetici e ambientali contemporaneamente dobbiamo augurarci che un’epidemia falcidi il genere umano? Oppure imporre la limitazione delle nascite? Non è forse giunta l’ora, invece, di ragionare diversamente sulla gestione di ciò che la terra ci mette a disposizione e sullo stile di vita cosiddetto occidentale?

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