La COP22, tenutasi a Marrakech nel mese di Novembre, è stato il primo incontro ufficiale tra gli Stati membri del UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) dopo l’entrata in vigore dell’Accordo sul cambiamento climatico. Le aspettative che si riponevano in questo incontro erano molto elevate, essendo i governi sempre più consapevoli delle gravi conseguenze del surriscaldamento globale. Un semplice accordo tra più Stati, infatti, non può più considerarsi sufficiente per impedire l’innalzamento delle temperature e sono, invece, necessari ulteriori interventi che lo rendano realmente operativo. Ecco spiegata l’importanza di COP22.
Il tema dell’impegno economico è stato uno dei punti cardine di COP22: più investimenti nelle energie rinnovabili nonché in aiuti finanziari ai Paesi in via di sviluppo, non ancora in grado di raggiungere autonomamente i risultati fissati dall’Accordo parigino. Esso, differentemente dagli altri trattati in tema di ambiente, si è dimostrato più lungimirante e ha previsto la possibilità di fissare degli obiettivi “personalizzabili” da Stato a Stato. Di conseguenza, ogni Paese avrà un proprio target, più o meno ambizioso sulla base delle sue concrete possibilità di raggiungerlo. Ma, indipendentemente dall’obiettivo, l’impegno economico è di primaria importanza, a maggior ragione perché sono proprio i Paesi con i target maggiormente corrispondenti alla realtà e, quindi, più raggiungibili, a non possedere i fondi necessari per soddisfare l’impegno assunto siglando l’accordo.
Gli investimenti dei Paesi più ricchi si rivelano essenziali per i Paesi più poveri, la cui economia è ancora troppo legata alle energie fossili. Tuttavia, i primi non suppliscono volentieri alla mancanza di denaro dei Paesi in via di sviluppo, per via della poca chiarezza di quest’ultimi sull’utilizzo dei fondi. E difatti, la non trasparenza è dovuta al fatto che gli Stati con economie meno sviluppate non intendono sottomettere le loro politiche interne al controllo dei Paesi donanti, venendosi così a creare un’impasse di non poco conto. Il rischio che si corre è, dunque, sempre quello di un impegno politico non seguito da un successivo impegno finanziario, così come è già successo per diversi trattati internazionali in tema ambientale.
Già durante la ventiduesima Conferenza delle Parti, si è puntato a raggiungere una buona quota di investimenti da parte dei Paesi sviluppati verso il Green Climate Fund e la Global Environment Facility, insieme al Fondo per i Paesi in via di sviluppo e al Fondo speciale sui Cambiamenti Climatici. Anche se l’impegno finanziario sarà l’oggetto principale di COP24 nel 2018, già si può affermare che le aspettative su COP22 sono state soddisfatte solo in minima parte. Infatti, sono stati stanziati, per l’Adaptation Fund, solo quello che corrisponde all’0,1% dei finanziamenti necessari e cioè solamente 80 milioni di dollari, rispetto ai 56 e 73 miliardi di dollari stimati dall’UNEP (United Nation Environment Programme). Di certo, però, la scarsa cooperazione dei Paesi partecipanti all’incontro di Marrakech è dovuto anche al risultato delle elezioni americane saputo pochi istanti dopo l’apertura dei lavori.
Con una ratifica in extremis pochi giorni prima dell’apertura dei lavori di COP22, anche l’Italia ha potuto partecipare all’incontro quale paese membro del trattato sul cambiamento climatico. Nella legge di ratifica inoltre, lo Stato Italiano si è dimostrato pronto a contribuire economicamente decidendo di stanziare 50 milioni di dollari per ogni anno, fino al 2018, quando finalmente diverrà operativo il trattato. In seno alla Conferenza, invece, l’Italia ha statuito lo stanziamento di 5 milioni di dollari sui 75 milioni che i Paesi più ricchi hanno deciso di destinare agli Stati africani. Ad annunciarlo è stato il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, il quale ha anche svelato la candidatura dell’Italia quale Paese ospitante la Conferenza Onu sul Clima nel 2020.
Tra i Paesi che già hanno ratificato l’Accordo di Parigi e che hanno dunque partecipato a COP22 da Stati membri, è stata presente anche l’India. Quale paese in via di sviluppo, l’India è stata tra i primi a ratificare l’accordo e ad acclamare la possibilità di differenziare gli obiettivi da paese a paese, quale segno di una giustizia equa e paritaria. L’interesse per la questione del cambiamento climatico da parte dell’India è dovuta ad una particolare ragione: il gravissimo problema delle alluvioni e delle esondazioni, che ogni anno causano centinaia e centinaia di morti. È stato stimato, infatti, che ogni anno l’India arriva a spendere circa 10 miliardi di dollari per fronteggiare il problema ed è sempre più alto il numero degli scienziati che ritengono che tra le alluvioni e le esondazioni e l’innalzamento delle temperature vi sia un chiaro ed inequivocabile collegamento. Ma c’è di più. Già nella sede della ventunesima Conferenza delle Parti del dicembre scorso, il Primo Ministro indiano, Naredra Modi, aveva lanciato l’International Solar Alliance (ISA). Proprio durante COP22 è stato siglato l’accordo per l’istituzione dell’ISA e già più di 20 Stati ne sono diventati parti e ci si aspetta l’adesione di altri. L’obiettivo principale dell’ISA è quello di lavorare per un utilizzo più efficiente dell’energia solare, onde ridurre la corsa alle energie fossili, in linea con l’Accordo di Parigi.
Il prossimo impegno della UNFCCC è fissato per il novembre 2017, quando si riunirà la prossima Cop 23, in un Paese asiatico ancora da designare. Durante la prossima conferenza con ogni probabilità si proseguirà sul lavoro di pianificazione e revisione degli impegni assunti anche in prospettiva del primo rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) che affronterà le modalità per tenere il riscaldamento globale al di sotto del grado e mezzo.
Daniela Calabrò
Ufficio Stampa ESO