Cronaca di un disastro annunciato
“Sette serbatoi che non è facile azionare né aprire. Il disastro del Lambro è stato sicuramente un sabotaggio ed ora è corsa contro il tempo perché l’onda nera sta dirigendosi verso il mare. Sono seicentomila litri di sostanze inquinanti. Dietro il sabotaggio appalti per un progetto milionario. Quasi 200mila metri quadri di superfici, piste ciclabili ed edifici ecosostenibili sui terreni della Lombarda Petroli, l’ex raffineria di Villasanta a Monza da cui qualcuno, nella notte tra lunedì e martedì, ha fatto uscire gli ottomila metri cubi di petrolio che hanno avvelenato il Lambro per poi riversarsi nel Po. Su quell’impianto, e sui terreni che lo circondano, dovrebbero sorgere appartamenti, negozi, capannoni industriali, un grande centro direzionale“.
Con queste parole lo scorso 25 febbraio, dalle pagine del quotidiano l’Unità, Giuseppe Vespotutti faceva una sintesi graffiante e completa dell’accaduto. Il resto è cronaca, di cui nessuno a oggi può dirsi ignaro: la corsa dell’onda nera verso la foce del Po e l’Adriatico, fermata in buona misura (ma non completamente!) dalla diga della centrale Enel di Isola Serafini (PC), le dichiarazioni tranquillizzanti (nelle intenzioni, non certo nel risultato) del sottosegretario alla Protezione Civile Guido Bertolaso (“le vongole sono sicure“), le proteste esasperate dei cittadini che vivono lungo le sponde dei due fiumi, le polemiche da parte delle associazioni ambientaliste. E non è tutto: aggiungiamo anche le dichiarazioni pseudo-confortanti del sindaco di Milano, Letizia Moratti, e dell’Assessore all’Ambiente del Comune di Milano, Paolo Massari, i quali – come riportato ieri da il Giornale – hanno assicurato che si attiveranno immediatamente per ridare vita al parco del Lambro e riportarlo a essere un luogo di incontro per bambini e famiglie. “Insieme agli altri enti interessati, alle associazioni e ai cittadini – ha affermato Massari – restituiremo il fiume a nuova vita, per poterlo riconsegnare a Milano finalmente limpido“.
Il guaio è che il Lambro già non godeva di buona salute, come probabilmente molti sanno.
“Quello inferto al Lambro è un colpo dato praticamente ad un moribondo, il corso d’acqua lombardo è tristemente noto per il suo livello di inquinamento e dagli anni Settanta al suo capezzale sono stati spesi in cure circa 5.000 miliardi di vecchie lire. Il piano straordinario di bonifica Lambro-Seveso-Olona risale al 1988, avrebbe dovuto risanare i tre fiumi più importanti e degradati dell’area milanese, ma non è mai stato realizzato. Lo stesso piano regionale di tutela delle acque ha alzato le mani ed ha di fatto rinunciato alla possibilità di un serio recupero del Lambro. La regione dice anche che comunque è impossibile raggiungere entro il 2015 il buono stato ecologico richiesto dall’Europa con la Direttiva quadro acque, 2000/60/CE“. Così leggiamo in una notizia riportata da greenreport.it lo scorso 24 febbraio.
E altro guaio è il fatto che, al di là dei ritardi negli interventi e della palese mancanza di una valida cabina di regia in grado di far fronte con efficacia e tempestività a un’emergenza di queste proporzioni, pare siano anche stati utilizzati mezzi inadeguati. Ecco cosa raccontava in proposito Simonetta Lombardo martedì 2 marzo dalle pagine di TerraNews: “
Ma c’è di più: la Lombarda Petroli agli inizi del 2009 era uscita, in base a una autocertificazione sulla quantità di idrocarburti presenti nei propri impianti, dall’elenco delle industrie a rischio di incidente rilevante previsto dalla normativa Seveso 1999.
Ora siamo tutti curiosi di vedere – per prima chi scrive, che vive a un tiro di schioppo tanto dal Po quanto dal Lambro – quanto tempo il sistema impiegherà per insabbiare la faccenda e far perdere memoria di quello che è stato definito come il più grave disastro ambientale mai occorso in Lombardia. I miasmi che abbiamo dovuto sopportare la scorsa settimnana da queste parti, per quanto davvero fastidisi, non sono nulla al confronto di ciò che deve ancora venire. Quantitativi non ancora (e forse mai) definibili di idrocarburi policiclici aromatici, notoriamente cancerogeni, si sono depositati lungo le rive e sui fondali dei due fiumi. E prima o poi finiranno in falda o nelle acque di irrigazione delle nostre campagne.
Davvero tutto ciò non si poteva evitare?
Costanza Fregoni
Ufficio Stampa ESO
Articoli correlati
Contattaci per una consulenza
Parla con ESO per smaltimento, riciclo, recupero, gestione rifiuti e consulenza.
Contattaci