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Disastro British Petrolium

Disastro British Petrolium

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Disastro British Petrolium

Il 20 aprile rimarrà un terribile giorno senza precedenti per noi e per il nostro pianeta.
Alla Deepwater Horizon, piattaforma petrolifera situata nel Golfo del Messico, c’è stata una grande esplosione che ha causato la morte di 11 dipendenti e il disastro ambientale più grande che l’umanità possa ricordare.
L’azienda petrolifera proprietaria della piattaforma è la British Petroleum (BP plc), società con sede a Londra operante nel settore energetico e soprattutto del petrolio e del gas naturale, settori in cui è uno dei quattro maggiori attori a livello mondiale assieme a Royal Dutch Shell, ExxonMobil e Total.
Secondo quanto appurato fino ad ora la causa di tutto questo sarebbe una bolla di gas metano partita dal fondale marino ed esplosa in superficie.
Quando ci si trova di fronte ad un disastro di tale portata si trova incredibile che non ci fosse nessun piano A e tutto quello che si può fare è tentare di arginare la catastrofe con soluzioni di cui non si conosce l’effettivo aiuto, ammettendo la propria impotenza e chiedendo l’aiuto delle compagnie rivali.
Stiamo assistendo tutt’oggi, 23 giorni dopo, alla BP che lotta contro il tempo per cercare di turare le falle, dopo che la gigantesca cupola di metallo che doveva bloccare il flusso di greggio non ha funzionato.
Gli ingenieri stanno ora tentando di calare nelle profondità marine una cupola di dimensioni molto più piccole rispetto alla precedente, per cercare di direzionare il petrolio che fuoriesce dalle due falle minori in attesa di un rischioso intervento per chiudere il pozzo in fondo al mare.
Mentre si tentano queste soluzioni, emergono particolari sull’esplosione e pare che, secondo testimoni, non abbiano funzionato i sistemi di sicurezza e gli operai vennero colti di sorpresa.
Il colosso petrolifero Bp si è ufficialmente impegnato a pagare tutti i costi necessari e adeguati per la ripulitura della marea nera e a risarcire tutte le domande di indennizzo legittime e oggettivamente verificabili per le perdite e i danni legati al disastro.
Anche il Presidente degli Stati Uniti Obama si è espresso su questo punto, sottolineando che la compagnia petrolifera britannica pagherà e nel frattempo è arrivato il primo contraccolpo concreto per l’industria statunitense: il governo USA ha proibito ogni tipo di attività di pesca nelle acque più colpite dal flusso di petrolio.
Il divieto imposto dal National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) riguarda l’area compresa tra la foce del fiume Mississippi fino allo spazio di mare dinanzi a Pensacola Bay, al largo della Florida.
Dalla Louisiana arriva un terzo della produzione nazionale di ostriche e l’industria ittica nel Golfo del Messico porta circa 2,4 miliardi di dollari alla regione.
Il Golfo del Messico, essenziale punto di sosta per gli uccelli migratori, è anche vitale per la deposizione delle uova di pesci, gamberetti e granchi.
La NOAA, che ha prelevato campioni di acqua e frutti di mare, sta cercando di valutare l’impatto sulla salute dei prodotti eventualmente pescati.
Barack Obama, che ha voluto visitare personalmente la zona del disastro, ha ammesso che la perdita di greggio nel Golfo del Messico è potenzialmente un disastro ambientale senza precedenti.
Al termine della sua visita a Venice, in Louisiana, dove vengono coordinati gli sforzi, il presidente Usa ha respinto le critiche di chi ha visto ritardi nella reazione dell’amministrazione, dicendo che il governo federale ha lanciato e coordinato fin dal primo giorno una serie di iniziative per rispondere senza esitazioni alla crisi.
Intanto i giorni passano, la chiazza di greggio di spande sempre più e le responsabilità sono chiare.
Sappiamo che il greggio è fuoriuscito dalla Deepwater Horizon e che la Bp pagherà ogni cosa, ma questo al nostro pianeta e alle specie animali colpite non importa.
L’uomo è stato in grado di rovinare tutto un’altra volta ed i soldi non riporteranno presto alla normalità l’ecosistema del Golfo del Messico..

Ufficio Stampa ESO
Nadia Bertana

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