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Moda circolare: il paradosso dei vestiti riutilizzabili

Moda circolare: il paradosso dei vestiti riutilizzabili

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economiacircolare.com

Moda circolare: il paradosso dei vestiti riutilizzabili

Il riuso può allungare la vita dei vestiti, creare occupazione e ridurre la quantità di rifiuti tessili. Ma non può, da solo, compensare un sistema fondato sulla sovrapproduzione e sulla vendita di capi nuovi a prezzi sempre più bassi. È la conclusione di Sorting for Circularity: Project Rewear, il rapporto pubblicato da Fashion for Good e Circle Economy, che analizza il mercato dell’abbigliamento usato in Europa e i suoi collegamenti con Ghana e Pakistan.

Il paradosso europeo: i vestiti sono utilizzabili, ma non conviene ripararli

La ricerca ha esaminato 8.280 capi provenienti da impianti di selezione nei Paesi Bassi, in Spagna, Polonia e Lituania, affiancando all’analisi materiale interviste con operatori della raccolta, della selezione, della vendita e della riparazione.

Il risultato mette in discussione l’idea che i vestiti vengano scartati soprattutto perché ormai inutilizzabili. Il 37% dei capi analizzati non presentava alcun danno e un altro 41% aveva soltanto un difetto di lieve entità. “La maggior parte degli indumenti scartati è ancora in buone condizioni”, spiega il report: semplici operazioni di lavaggio, rimozione dei pallini o piccola riparazione potrebbero aumentare la durata e il valore di molti prodotti.

Ma a impedire queste operazioni sono le stesse dinamiche che stanno mettendo in crisi il riciclo: l’economia circolare è pur sempre economia, e in mancanza di una scelta politica che decida di incentivarne gli strumenti – come la riparazione – scaraventa fuori mercato quelle imprese che la praticano. Il costo della manodopera, della logistica inversa, della pulizia e della verifica dei prodotti supera spesso il possibile prezzo di rivendita. In uno degli impianti studiati dagli estensori del report, su circa 47 milioni di chilogrammi raccolti in un anno ne sono stati riparati appena 50.

Competenze e infrastrutture insufficienti

Al di là dei vincoli economici, la mancanza di preparazione al riutilizzo riflette lacune più ampie in termini di competenze e infrastrutture. Le attività di rinnovamento come la pulizia, la rimozione dei pelucchi, le riparazioni e il restauro richiedono competenze specifiche, risorse, spazi e tecnologie dedicate. Molti operatori, “in particolare le organizzazioni senza scopo di lucro, non sono in grado di dare priorità a questa attività o di elaborare strategie su larga scala”.

Il rapporto conferma che “l’Europa dispone di scorte abbondanti di capi tecnicamente riutilizzabili e di infrastrutture in crescita, oltre che di un contesto politico proattivo e relativamente progressista”. Ma sostiene anche che, “senza ulteriori cambiamenti a livello politico e di mercato che premino la preparazione al riutilizzo e contrastino le pressioni sui prezzi esercitate dal settore della moda, la maggior parte dei capi non realizzerà mai il proprio potenziale di riutilizzo”.

Ghana e Pakistan: la circolarità sulle spalle dei Paesi importatori

Nel mercato di Kantamanto, ad Accra (Ghana), arrivano secondo le stime circa 15 milioni di capi ogni settimana. Commercianti, sarti, riparatori e operatori dell’upcycling costruiscono intorno a questi indumenti una vera economia circolare, capace di generare reddito e sottrarre grandi quantità di tessili alla discarica.

Ma non tutto quello che viene esportato come adatto a essere indossato ancora a lungo lo è. Una parte dei capi dichiarati “riutilizzabili” arriva già danneggiata o risulta inadatta alla domanda locale. Gli operatori che acquistano le balle senza conoscerne esattamente il contenuto si sobbarcano il rischio economico, mentre i costi di gestione dei materiali invendibili vengono trasferiti su territori con infrastrutture e protezioni sociali insufficienti.

Il Pakistan importa più di 800 mila tonnellate di tessili usati all’anno ed è diventato un grande centro di selezione, riciclo e riesportazione, soprattutto verso l’Africa orientale. Una filiera che sostiene migliaia di posti di lavoro ma che rimane inserita in rapporti commerciali diseguali, basati sul basso costo del lavoro e su regole meno tutelanti.

Le economie del riutilizzo possono funzionare e sostenere mezzi di sussistenza su larga scala, ma rimangono radicate in disuguaglianze profonde. È urgente costruire “sistemi più equi e dotati di maggiori risorse che tengano conto di tutti gli attori e delle comunità coinvolte”.

I tre progetti pilota

Oltre all’analisi dell’esistente, il progetto Rewear ha sperimentato tre possibili soluzioni per limitare i difetti del sistema:

Save Your Wardrobe ha sviluppato uno strumento open source per aiutare i marchi a valutare costi e opportunità dei servizi di assistenza e riparazione.

United Repair Centre ha recuperato 164 capi destinati alle fasce meno remunerative dell’esportazione, riportandoli sul mercato europeo attraverso riparazioni tradizionali e creative.

Un progetto IA ha testato sistemi basati sull’intelligenza artificiale per migliorare la selezione e individuare più rapidamente il canale in grado di conservare il maggior valore possibile.

Riparazione e IA non bastano senza nuove regole

Le tecnologie possono correggere alcune inefficienze, non il funzionamento complessivo del mercato. “Il potenziale trasformativo del ‘Rewear’ dipende da fattori abilitanti quali il sostegno politico, gli incentivi di mercato, le tecnologie e i cambiamenti culturali. Per realizzare tale potenziale saranno necessari interventi su più livelli lungo l’intera catena del valore”.

I marchi e i rivenditori dovrebbero progettare i prodotti tenendo conto del riutilizzo e fissare traguardi misurabili sull’aumento della quota di fatturato derivante dal riutilizzo e dalla riparazione. Le organizzazioni no profit devono assumere ruoli più operativi e strategici. I decisori politici devono riequilibrare gli incentivi di mercato, eliminando i sussidi che privilegiano la produzione di materiali vergini e sostenendo gli operatori della riparazione (ad esempio, attraverso esenzioni dall’IVA). Infine, devono progettare sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR) con tariffe eco-modulate che includano riutilizzo e preparazione al riutilizzo, non solo riciclo e raccolta.

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