Liberiamoci dalla vecchia politica
Terra - quotidiano d'informazione pulita
In assoluta controtendenza rispetto al resto del mondo (dove, per esempio, l’emergenza climatica è al primo posto delle agende politiche), l’Italia del terzo millennio è tutta arroccata attorno alle sue solite polemiche di cortile e non riesce a rialzare la testa. è prima di tutto un limite culturale: parlare di ambiente nella politica italiana del 2011 fa lo stesso effetto che parlare di limiti della crescita a un congresso di economisti, subito si viene etichettati come passatisti nostalgici di macchine a vapore e passeggiate in bicicletta. L’ecologia è materia di studio universitario e ha basi scientifiche solide, eppure chiunque la nomini diviene immediatamente portatore di insopportabili vincoli e limitatore delle libertà individuali. E mentre nessuno si sogna di contestare una teoria fisica sulle particelle elementari, chiunque si sente in grado di esprimere la sua propria idea ecologica, in genere priva di appoggi scientifici e dati, cui però attribuisce la validità di una teoria. Così siamo sommersi da espressioni contraddittorie e imbarazzanti, come quella “dell’ambientalismo del sì” o “del fare” e di reiterazioni del pensiero per cui l’uomo deve essere comunque al centro di tutte le cose. Come se chi si preoccupa di ambiente non lo facesse prima di tutto per gli uomini stessi, visto che la Terra sopravviverebbe senz’altro anche dovesse venire a mancare la nostra specie. Sembra che l’ambiente non interessi i mezzi di comunicazione di massa e neppure gli italiani, troppo presi dalla riduzione di punti percentuali sulla prossima Irpef, non comprendendo come i costi ambientali potrebbero tramutarsi in oneri aggiuntivi se non affrontati correttamente. Nei programmi di alcuni partiti trovano ancora posto le famose grandi opere e l’energia nucleare che si vorrebbe far rientare dalla finestra avendo fatto finta di gettarla fuori dalla porta. La riproposizione del famigerato Ponte sullo stretto è spudorata. La più costosa e la più inutile delle grandi opere si concretizzerà in un faraonico sfregio di cemento e acciaio che produrrà addirittura uno svantaggio ai quasi quindicimila attuali pendolari, che impiegherebbero più tempo con il ponte, utilizzando in più un’automobile che altrimenti non avrebbero preso. Il tutto in un contesto in cui le ferrovie hanno ancora un solo binario e le autostrade non sono mai state terminate. S’invoca poi un ritorno al nucleare per un Paese che lo ha già scacciato oltre vent’anni fa, e non con l’intenzione di ridurre le emissioni di anidride carbonica (forse il solo vantaggio di questa fonte), ma con quella, assolutamente velleitaria, di ridurre la nostra dipendenza energetica. Per arrivare a questo ottimo risultato ci vorrebbe che almeno la metà del nostro fabbisogno fosse soddisfatto con l’atomo, come a dire almeno una decina di centrali. Per costruire le quali però ci vorrebbe una marea di soldi, visto che si tratta della fonte di energia più cara al mondo e più ricca di costi nascosti. Non è un caso che, al mondo, solo il 6% del fabbisogno energetico primario sia soddisfatto per questa via: se è così conveniente, perché non è stato diffusamente adottato? Senza trascurare che al mondo non esiste ancora un sito geologico definitivo di stoccaggio delle scorie: come si fa a costruire una nuova centrale se ancora non si sa dove mettere i residui delle vecchie? E abbiamo evitato di menzionare gli incidenti e la minaccia per la salute umana. è ora di liberarsi dalle grandi opere inutili e dannose, in un paese che consuma suolo come nessun altro al mondo, e di liberarsi definitivamente dello spettro nucleare, che conviene solo alle lobbies industriali: avremmo fatto un bel pezzo di strada avanti verso un futuro più moderno e sostenibile.
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