Mercati, crescita e sostenibilita: se tornano gli “sviluppisti”…
Greenreport.it
La tesi di Gentili ruota attorno alla lettera sulla crescita e le liberalizzazioni inviata al Consiglio e alla Commissione Ue da dodici Governi europei e che non e stata firmata da Germania e Francia. Iniziativa voluta da David Cameron, Mark Rutte e dal nostro Mario Monti, secondo l’editoriale del Sole . In concreto bisognerebbe puntare . Insomma, di tutto un po’. E la domanda nasce spontanea: se la spesa dello Stato e risicata per non dire ridotta a zero, come e possibile chiedere investimenti a tappeto? Dentro una logica – che peraltro noi non sposiamo neppure – di rigore dei conti, la crescita (sarebbe meglio dire lo sviluppo) un governo deve ottenerla secondo quello che crede essere il migliore modo possibile. Quindi scegliere su cosa investire: e se lo fai puntando sulle reti digitali, per restare nell’esempio, avrai meno soldi per il resto e dovrai ulteriormente scegliere. E lo farai secondo una logica di sostenibilita, altro che approccio “sviluppista”. Sembra davvero un approccio totalmente ideologico e fuori contesto, che arriva tra l’altro nel giorno in cui meritoriamente il Wwf riporta l’economia con i piedi per terra attraverso il nuovo studio ‘Market Transformation – Sostenibilita e mercati delle risorse primarie’, realizzato dall’associazione ambientalista e dal Sustainable Europe Research Institute (Seri). Mentre si discute infatti di come risolvere la crisi finanziaria e far ripartire la crescita quale che sia, come se niente fosse accaduto negli ultimi tre anni e mezzo e la crisi ecologica fosse un intralcio allo sviluppo, qualcuno si e preso la briga di analizzare la pressione esercitata dai mercati globali sulle risorse naturali, con un focus specifico su quattro “commodities” prioritarie per il mercato italiano (caffe, cotone, carta e olio di palma). Bene, ecco i risultati: quasi 8 miliardi di metri cubi di acqua utilizzati, oltre 34 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti emesse in atmosfera, 8,5 milioni di ettari di terra sottratti ad agricoltura e biodiversita, piu di 20 milioni di tonnellate di materiali ‘biotici’ (ovvero la biomassa coltivata) prelevati dagli ecosistemi, 38 milioni di tonnellate di materiali ‘abiotici’ (come sedimenti, rocce, minerali) erosi. Un totale che vale mezza tonnellata di risorse all’anno prelevate in natura per ogni cittadino italiano. E il peso del ‘fardello ecologico’ che ‘trascinano’ con se le importazioni italiane di caffe (470mila tonnellate in un anno), carta e pasta di carta (7,6 milioni t), cotone (670mila t) e olio di palma (720mila t): quattro risorse naturali collegate a settori industriali strategici del mercato italiano, quali il tessile, l’alimentare e il cartario, il cui prelievo in natura e relativa filiera produttiva hanno un forte impatto sull’ambiente, e di cui i protagonisti del mercato, a partire dalle imprese, devono assumersi la responsabilita. E stiamo parlando di solo quattro commodity… . Per ridurre il proprio ‘fardello ecologico’ il Wwf ha elaborato una serie di proposte specifiche rivolte a imprese, istituzioni e cittadini. Alle imprese chiede ad esempio di: svolgere un’analisi delle politiche di approvvigionamento delle materie prime, valutando i rischi ambientali e sociali connessi alla catena di fornitura e identificando le aree di miglioramento; avviare piani per la riduzione degli input di materie prime ed energia nella produzione di beni e servizi; formulare strategie di indirizzo della politica di approvvigionamento che prevedano l’adesione a standard di sostenibilita e schemi di certificazione internazionalmente riconosciuti (es. FSC) e, ove possibile, la riduzione della domanda di risorse; mentre alle istituzioni finanziarie chiede di sviluppare politiche finanziarie e strumenti per la valutazione del rischio ambientale connesso a un approvvigionamento non sostenibile di risorse prioritarie. Alle istituzioni chiede invece tra le altre cose di “definire riforme che spostino il peso fiscale dal lavoro e dal reddito all’utilizzo delle risorse; supportare con politiche pubbliche, comprese quelle relative al public procurement, i sistemi di produzione sostenibile; creare un ambiente favorevole allo sviluppo di standard volontari relativi all’uso delle risorse e alle pratiche di management che impattano sull’ambiente attraverso il coinvolgimento di imprese, NGO, associazioni dei consumatori, centri di ricerca ecc; agire sulle condizioni economiche del commercio internazionale, sia con tariffe che nell’ambito dello sviluppo di accordi commerciali con altri Paesi (es. abolizione tariffe su importazione di materie certificate); imporre per via legislativa il rispetto di norme minime relative alla produzione di scarti, ad esempio proibendo l’utilizzo di imballaggi eccessivi o materiali non riciclabili; usare i canali delle relazioni diplomatiche per fare pressioni affinche i governi dei Paesi produttori delle risorse primarie assumano iniziative a difesa dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori e delle comunita minacciate. Infine ai cittadini si chiede di avere comportamenti di consumo che aiutino, con le loro scelte sui prodotti, ad ottenere modifiche verso la sostenibilita. Noi ci permettiamo di aggiungere la necessita di una no fly zone sulle materie prime agricole e soprattutto un Consiglio di sicurezza dell’Onu per un governo mondiale sulle materie prime e sull’energia. Una cornice dentro la quale l’Italia puo fare la sua parte se sa cogliere tutte le potenzialita della green economy a partire dal mercato del riciclo che e la migliore strada per chi non ha commodity a disposizione; l’efficienza energetica; lo sviluppo delle reti digitali; la manutenzione del territorio. Alla faccia degli approcci sviluppisti! Ma la cosa che colpisce, infine, e la contraddittorieta dei messaggi che arrivano dai governi e dai “tecnici” europei (e non solo): da una parte documenti che dimostrano consapevolezza della finitezza e crisi delle risorse e dei limiti (gia superati) del pianeta, dall’altra la riproposizione del modello di competitivita/sfruttamento delle risorse/infrastrutturazione pesante che tende a perpetuare/salvare il modello della globalizzazione che non funziona piu e che ha prodotto la crisi di sistema del capitalismo. Di fronte alla necessita di una rivoluzionaria riforma del sistema la si annuncia a parole mentre la si contraddice nella pratica e nei progetti politici, governo tecnico italiano compreso. Il vecchio vizio della riduzione della complessita all’interno dei soliti schemi non sembra finito.
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