I fondatori delle imprese della “Internet economy” sono quasi tutti giovani o comunque lo erano quando hanno iniziato a cambiare il mondo con le loro idee.
Molti di loro si sentono benefattori dell’umanità, oltre che imprenditori: hanno portato la conoscenza ovunque, tra i poveri e nelle aree più remote del Pianeta.
Ma ecco che un colpo arriva ora da una ricerca del “New York Times”, un’accusa durissima nei confronti di aziende che, pur godendo di un’immagine scintillante, bruciano enormi quantità di energia per trasferire dati a milioni di utenti.
Un altro problema è quello del sovradimensionamento del “data center” deciso dalle aziende del settore che non vogliono correre il rischio di cadute dei loro sistemi, né se la sentono di eliminare un’applicazione anche quando quasi tutti gli utenti hanno smesso di usarla, magari perché sono passati a una versione più aggiornata. Spesso questi grandi server ricevono l’elettricità di cui hanno bisogno da rudimentali motori diesel, altamente inquinanti.
Quello dell’elevato volume di energia assorbito da Internet non è un problema nuovo: il primo allarme lo lanciò nel 2007 l’Epa, l’Agenzia ambientale del governo Usa in un rapporto inviato al Congresso di Washington. Da allora molti progressi sono stati fatti. Google, Facebook e Apple sono forse quelle che si sono impegnate di più per l’ambiente e il risparmio energetico.
La ricerca del Times serve comunque a sfatare un mito e porta alla luce casi in cui anche aziende come Microsoft, in certe circostanze, hanno usato il gasolio al posto dell’elettricità della Rete, e non solo per generatori ausiliari usati in caso d’emergenza.