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Rassegna del 3 Ottobre 2019
    

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La svolta per un capitalismo etico passa dal Green new deal e dalle società benefit


La svolta per un capitalismo etico passa dal Green new deal e dalle società benefit

Occorre adottare misure che incentivino la diffusione di nuovi modi di fare impresa, consentendo così alle aziende di assumersi un ruolo sociale di responsabilità

 

Qualche giorno fa il Financial Time apriva con il titolo: “Capitalism. Time for a reset”. Si legge nell’editoriale del redattore Lionel Barber che “nel decennio successivo alla crisi finanziaria globale, il modello del capitalismo è stato messo a dura prova, in particolare l’attenzione per massimizzare i profitti e il valore per gli azionisti. Questi principi sono necessari ma non più sufficienti. Il capitalismo della libera impresa ha mostrato una notevole capacità di reinventarsi. A volte, però, è necessario cambiare per preservare. Oggi il mondo ha raggiunto quel momento. Ed è tempo di resettarsi.”

Per decenni le imprese hanno agito seguendo l’idea del capitalismo ispirata dall’economista Milton Friedman, secondo cui la finalità ultima di una corporation è creare valore per i soci. Oggi, però, lo scenario che si presenta richiede alcune riflessioni su come si possano affrontare problematiche quali le crescenti disuguaglianze, i crescenti rischi ambientali e le difficoltà dei Governi di perseguire adeguate politiche di welfare.

In Italia è stato fatto un importante passo introducendo, nel nostro ordinamento giuridico, la qualifica di società benefit con l’obiettivo di responsabilizzare l’impresa e di poterle restituire quel ruolo sociale che le spetta in quanto di per sé è il soggetto più inclusivo. Ed è stato il primo paese europeo a dotarsi di questa normativa nella legge di Bilancio 2016, in particolare prevedendo che l’impresa nei propri statuti si assuma l’impegno a perseguire non solo profitti per gli azionisti, ma anche un beneficio comune per gli stakeholders e per la collettività.

Alcune settimane fa, la svolta etica è arrivata anche dagli Stati Uniti; infatti i manager delle più importanti multinazionali americane nella Business Roundtable hanno firmato una dichiarazione con cui sancisconoche  accanto al profitto per gli azionistisi devono perseguire anche gli interessi di altri stakeholder, ovvero deidipendenti, fornitori, consumatori, comunità locale.

L’onda verde ha travolto il mondo. La scorsa settimana – con il terzo sciopero globale per il clima – hanno raggiunto il picco i cosiddetti “Fridays for future”, le iniziative di mobilitazione mondiale sul clima guidate dall’adolescente svedese Greta Thunberg, la quale ha dichiarato ai Capi di Stato mondiali che “finché non comincerete a concentrarvi su ciò che è necessario, anziché su ciò che è politicamente possibile, non avremo alcuna speranza”. In Europa e in Italia si attende che i Governi attuino subito politiche economiche che abbiano ripercussioni positive sul contrasto ai cambiamenti climatici. È prioritario ormai l’attuazione del Green new deal, ovvero un programma di transizione ecologica e una nuova normativa europea sul clima. Perché c’è da affrontare una doppia crisi: quella economica e quella climatica. L’alternativa sembra possa essere quella di un “capitalismo progressista” (Stigltiz) in cui lo Stato investe dove il mercato non arriva, governa il mercato per impedire che singoli individui possano arricchirsi sfruttando gli altri ed estraendo ricchezza dalla rendita piuttosto che cercare di crearla, per ristabilire un bilanciamento tra i mercati, lo Stato e la società civile.

In Italia, inoltre, si attende l’entrata nella nostra Costituzione del principio della tutela dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile, di cui è già stata presentata nel marzo 2018 una proposta di legge costituzionale su iniziativa di Mauro Del Barba, primo firmatario e di altri deputati. Ciò rafforzerebbe la produzione normativa, sia esistente (si pensi all’introduzione delle Società Benefit) sia successiva, che dovrebbe rifarsi al dettato costituzionale e obbligherebbe il legislatore a non poter più prescindere dalla sostenibilità.

L’Italia potrebbe già fare da apripista per l’attuazione di un piano del genere; infatti tra le parole chiavi del discorso di Conte per la fiducia al nuovo Governo rientra il Green new deal, con l’obiettivo di un radicale cambio di paradigma culturale che porti a inserire la protezione dell’ambiente e della biodiversità tra i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale.

I piani di investimento pubblico dovranno avere al centro la protezione dell’ambiente, il ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici.

Sarà inoltre necessario adottare misure che incentivino prassi socialmente responsabili da parte delle imprese; adottare misure che incentivino la diffusione di nuovi modi di fare impresa, ad esempio assumendo la qualifica giuridica di società benefit, consentendo così alle imprese di assumersi un ruolo sociale di responsabilità. Il Governo, inoltre, si è impegnato a introdurre un apposito fondo che valga a orientare iniziative imprenditoriali in questa direzione.

 




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