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ISSUE
446
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greenplanner.it

Circa 170,7 milioni di cavi Usb e Lightning giacciono inutilizzati nelle case italiane. La stima è di 3.394 tonnellate di materiali recuperabili, tra cui rame e alluminio, per un valore di oltre 16 milioni di euro se reimmessi nel ciclo produttivo
Nelle case italiane si contano in media circa 6,4 cavi di ricarica per nucleo familiare. Molti sono finiti in un cassetto il giorno in cui un caricabatterie ha smesso di essere compatibile con il nuovo smartphone. Nessuno li ha buttati, ma quasi nessuno li userà ancora.
È la fotografia scattata dal Consorzio Erp Italia, che ha provato a quantificare un fenomeno finora percepito solo in modo aneddotico: l’accumulo domestico di cavetteria elettronica non più funzionale, generato dalla progressiva sostituzione degli standard di connessione.
Rame e alluminio: quanto vale lo stock nascosto
Il dato aggregato restituisce la scala del fenomeno. Applicando il peso medio rilevato sui campioni analizzati allo stock di cavi dimenticati, l’elaborazione stima un volume complessivo di circa 3.394 tonnellate di materiali.
Al suo interno, secondo le stesse elaborazioni, sono contenute circa 1.426 tonnellate di rame e 136 tonnellate di alluminio. Recuperare quei quantitativi attraverso il riciclo eviterebbe l’acquisto di un pari volume di materie prime vergini, il cui costo sul mercato supererebbe i 16 milioni di euro.
Usb-C e la fine dei cavi proprietari
Il fenomeno non è casuale, ma l’effetto diretto di una transizione tecnologica in corso. La diffusione dello standard Usb-C, accelerata dalla Direttiva (Ue) 2022/2380 sul caricabatterie unico, sta rendendo progressivamente obsoleti i cavi proprietari e le connessioni Lightning che hanno dominato il mercato dell’elettronica di consumo nell’ultimo decennio.
Ogni sostituzione di dispositivo lascia dietro di sé un accessorio che perde la sua funzione originaria, ma non il valore dei materiali che lo compongono.
Dove finiscono (o dovrebbero finire) i cavi dismessi
Rame e alluminio, insieme alle componenti plastiche, restano infatti recuperabili se il cavo viene conferito nei canali corretti.
Si tratta di rifiuti che rientrano nella categoria Raee – i Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche – e che per legge non possono essere smaltiti nella raccolta indifferenziata.
I cittadini possono conferirli presso i centri di raccolta comunali, nei punti vendita aderenti al ritiro gratuito dei Raee o attraverso iniziative territoriali dedicate ai piccoli dispositivi elettronici.
Si parla infatti di economia circolare e di recupero, ma una parte importante delle risorse di cui abbiamo bisogno si trova già nelle nostre case e il caso dei cavi inutilizzati è un esempio concreto di come un rifiuto possa trasformarsi in risorsa, a condizione che venga conferito correttamente nei canali dedicati.
Il problema non è la scarsità, è la raccolta
Il nodo, in effetti, è tutto qui: la materia prima esiste già, distribuita in milioni di abitazioni, ma non entra nei processi di trattamento perché resta fuori dal circuito di raccolta.
Non è un problema di disponibilità della risorsa, ma di infrastruttura comportamentale: la scelta quotidiana di conferire o meno un oggetto che non ha più, agli occhi di chi lo possiede, alcun valore percepito.
Questa dinamica si inserisce in un quadro europeo che sta assegnando un peso politico crescente al recupero delle materie prime critiche.
Il Regolamento Ue 2024/1252, il Critical Raw Materials Act, individua il rame tra i materiali considerati strategici per la transizione energetica e digitale, in un contesto in cui l’Unione europea importa oggi la quota prevalente del proprio fabbisogno di numerose materie prime essenziali da un numero ristretto di fornitori esteri.
Proprio nell’ambito di questo regolamento, la Commissione europea ha individuato categorie di rifiuti da cui recuperare in via prioritaria materie prime critiche, includendo esplicitamente i cablaggi tra le componenti da cui estrarre risorse per i processi produttivi.
La cavetteria domestica, in questo senso, non è un caso isolato ma si inserisce in una strategia più ampia che guarda ai flussi di rifiuti generati sul territorio europeo come a un giacimento alternativo alle importazioni.
Ridurre la dipendenza da fornitori esterni passa quindi anche da gesti minuti e diffusi: verificare i cassetti, individuare i cavi non più utilizzati, portarli nei punti di raccolta previsti.
Un’azione che non richiede investimenti né nuove infrastrutture, ma che intercetta una parte della domanda di materie prime che l’industria europea continua a soddisfare altrove.
Alfredo Agosti
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Rassegna del 31 Luglio, 2026 |
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