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ISSUE 432

Fast fashion sotto accusa: la denuncia dei Paesi africani contro le interferenze nei progetti ONU

economiacircolare.com

Fast fashion sotto accusa: la denuncia dei Paesi africani contro le interferenze nei progetti ONU

Un gruppo di organizzazioni africane ha inviato una lettera al Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente per criticare le priorità date dall'ONU in materia di politiche di finanziamento, investimenti e regolamentazione. "Pur riconoscendo l'impegno nella circolarità tessile, riteniamo inapplicabili le linee guida".

 

Una denuncia forte, riportata da Fashion network, contro quella che viene descritta come un’ingerenza delle grandi aziende del fast fashion nei processi di definizione dei progetti ONU dedicati alla circolarità del settore tessile. La lettera contrasta la validità di dati chiave “non verificati” e mette in dubbio le scelte legate ai sistemi di definizione della distinzione tra capi riutilizzabili, destinati al mercato dell’usato e quelli che entrano nel circuito dei rifiuti tessili e quindi devono essere smaltiti.

 

“Pur riconoscendo l’importante impegno dell’UNEP nel promuovere la sostenibilità e la circolarità nel settore tessile – si legge nella lettera – affrontiamo questo progetto con seria preoccupazione a causa delle sue rilevanti implicazioni globali. Non riteniamo che il processo sia stato condotto con pieno rigore e imparzialità, portando alla proposta di linee guida globali inapplicabili, che rischiano di compromettere gravemente i mezzi di sussistenza di milioni di persone coinvolte nella raccolta, selezione, import/export e vendita di abbigliamento di seconda mano, oltre a indebolire la vera circolarità e l’accesso a capi di abbigliamento a prezzi accessibili”.

 

Per i firmatari l’attuale struttura dei progetti rischia di legittimare un sistema nel quale i paesi ricchi continuano a esportare problemi ambientali sotto la copertura della “seconda vita” dei capi usati.

 

L’Africa come discarica del fast fashion europeo

 

L’Africa è oggi a tutti gli effetti il principale terminale globale dei flussi di abiti usati esportati dall’Unione europea. Nel 2022 il totale ha sfiorato 900.000 tonnellate, un flusso imponente che i paesi destinatari non sono strutturati per gestire. Una parte rilevante di questi capi, però, non ha alcun reale valore di riutilizzo e finisce direttamente nelle discariche a cielo aperto, alimentando problemi ambientali, sanitari e sociali ormai fuori controllo. In Ghana, ad esempio, interi tratti di coste, corsi d’acqua e quadranti urbani sono ormai sommersi da montagne di tessuti, le reti da pesca sono intrise di poliestere e le spiagge fungono da discariche abusive.

 

Ma il Ghana non è un caso isolato. Kenya, Tunisia, Benin, Angola e la Repubblica Democratica del Congo importano quantità crescenti di abiti usati spesso non riutilizzabili. Ogni anno nel mondo vengono prodotte circa 83 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. L’Africa, riceve dall’Europa il 46% degli abiti usati e la gran parte è spazzatura. Il risultato è l’erosione delle economie locali e la trasformazione delle città in discariche tessili a cielo aperto.

 

Il problema strutturale della filiera del riuso europeo

 

Alla base del problema c’è un paradosso tutto europeo: la qualità dei capi raccolti è in calo. Il  fast fashion produce abiti di scarsa qualità, difficili da riciclare e spesso non riusabili o riciclabili.

 

Le aziende che selezionano gli abiti usati segnalano che una parte significativa — fino al 40% — è costituita da capi che non hanno alcun valore commerciale. Proprio questa quota finisce nei container destinati ai paesi africani. Una volta aperte le balle nei mercati locali, la realtà emerge con chiarezza: rifiuti non riciclabili venduti come “donazioni”.

 

Economia circolare o colonialismo dei rifiuti?

 

Il nodo politico sollevato dalla lettera è questo: l’economia circolare diventa un’etichetta che giustifica l’esternalizzazione dell’impatto ambientale della sovrapproduzione. Se i paesi del Nord globale continuano a generare enormi volumi di scarti tossici e a spedirli nel Sud globale, siamo di fronte a una nuova forma di colonialismo dei rifiuti e non a un modello circolare dell’economia.

 

I Paesi africani, ma non solo, premono per uscire dal ruolo di tappa terminale di un modello di produzione e conferimento insostenibile e l’UNEP, per recuperare il ruolo che spetterebbe a una agenzia delle Nazioni Unite ha l’obbligo di garantire una governance aperta, basata su dati verificabili, sottraendosi da ingerenze e influenze delle grandi multinazionali del fast fashion. Di contro le istituzioni europee devono potenziare le normative sulle filiere produttive e di smaltimento.

 

Non manca poi il ruolo dei consumatori e delle consumatrici: il modello del fast fashion prospera in un sistema di consumo propulsivo di capi a basso costo acquistati online, in una galassia di app e pop up e di sconti imperdibili. Il vecchio detto ora più che mai ha un senso: dal produttore al consumatore, ma in questo caso parliamo di responsabilità sociale. 

 

Alessandro Bernardini

 

 

Photo: economiacircolare.com

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