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ISSUE
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lifegate.it

La dispersione delle microplastiche durante i cicli di lavaggio è uno dei problemi principali per gli ecosistemi marini e oceanici. Per affrontare il problema alla radice, ovvero a partire dalla lavatrice, un gruppo di ricercatori di università e istituzioni tedesche ha messo a punto un filtro sperimentale – non ancora brevettato – ispirato al sistema digerente di alcuni pesci, in grado di trattenere il 99 per cento delle microplastiche.
Il problema, in breve
Come sottolinea l’ultimo report della Changing markets foundation, le fibre sintetiche rappresentano il 69 per cento di tutte le fibre tessili che indossiamo. Re indiscusso è il poliestere, con una percentuale del 59 per cento. Un’ampia fetta di questi materiali viene rilasciata in mare. Secondo il Programma delle Nazioni unite per l’ambiente, cioè l’Unep, tra il 16 e il 35 per cento delle microplastiche che inquinano le acque a livello globale deriva appunto dal lavaggio dei capi sintetici. E come si sa da ricerche recenti, non c’è una significativa differenza tra fibre vergini e fibre sintetiche riciclate, che anzi in fase di lavaggio possono generare ancora più inquinanti rispetto alle prime. Per gli europei, questo significa rilasciare nei tubi di scarico domestici circa 13mila tonnellate l’anno di microplastiche, pari a circa 25 grammi per persona. https://culturaeconsapevolezza.mase.gov.it/news/plastic-free-anche-nella-moda-microplastiche-e-rifiuti-tessili
Il filtro bio based
I ricercatori tedeschi, che provengono dall’Università di Bonn, dal Fraunhofer institute for environmental, safety and energy technology (Umsicht) di Oberhausen e sono finanziati dal Ministero federale per la ricerca, la tecnologia e lo spazio (Bmftr) e dal Consiglio europeo della ricerca (Erc), hanno basato il loro prototipo su pesci come sgombri, sardine e acciughe. Questi animali nuotano a bocca aperta per nutrirsi, e in questo modo filtrano l’acqua attraverso un complesso sistema di archi branchiali con strutture a pettine. In pratica, creano una griglia fittissima, che filtra e rilascia l’acqua, ma trattiene il plancton, che entrando nell’esofago viene così deglutito e poi digerito.
Gli studiosi hanno quindi ricreato in laboratorio un sistema simile all’imbuto ad archi branchiali, testando varie misure ed effettuando anche simulazioni al computer. Il materiale raccolto dal filtro verrebbe pressato e sarebbe possibile poi smaltirlo nella raccolta differenziata già dopo pochi lavaggi. A detta del team di ricerca, mettere in produzione il dispositivo non dovrebbe essere troppo costoso, anche perché non contempla complesse parti mobili. Il Transfer Center enaCom dell’Università di Bonn fornirà supporto per la protezione e la commercializzazione del filtro, in collaborazione con PROvendis GmbH, fornitore di servizi per la rete universitaria della Renania Settentrionale-Vestfalia.
Chiara Boracchi
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Rassegna del 09 Gennaio, 2026 |
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