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ISSUE 436

La decarbonizzazione è la vera politica industriale a favore della pace, contro le guerre per gas e petrolio

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La decarbonizzazione è la vera politica industriale a favore della pace, contro le guerre per gas e petrolio

Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili non è solo una scelta ambientale, ma una condizione per la giustizia sociale e la stabilità economica. 

Il blocco dello stretto di Hormuz e la nuova guerra nel Golfo Persico – che è anche una guerra per petrolio e gas – hanno già provocato forti aumenti dei prezzi energetici. Il petrolio è salito di circa il 10–12%. Il gas sui mercati europei fino al 50–60%. Se questi livelli si stabilizzassero anche solo su valori intermedi, l’effetto sarebbe immediato: inflazione più alta, mutui più costosi, credito più caro per imprese e Stato. Il risultato è sempre lo stesso: meno investimenti, meno welfare e più instabilità economica.

 

Questo dimostra una cosa molto semplice. Un sistema energetico fondato su fonti fossili importate è fragile. Ridurre questa dipendenza non è quindi solo una scelta ambientale. È una condizione per la giustizia sociale e la stabilità economica e industriale.

 

Se è vero che bisogna pensare globalmente e agire localmente, la riconversione dei poli industriali toscani non è un dettaglio ambientale. È una scelta di fondo su che tipo di economia e società vogliamo costruire. Continuare a basare competitività e sviluppo su petrolio e gas significa accettare tre conseguenze: dipendenza geopolitica, trasferimento di ricchezza all’estero e concentrazione della rendita energetica.

 

La decarbonizzazione, se presa sul serio, è politica industriale e significa far evolvere siderurgia, porti, logistica, chimica verso tecnologie più pulite e con maggior valore aggiunto.  Ma qui emergono le contraddizioni. Gli obiettivi energetici sono stabiliti dall’Unione europea con il pacchetto Fit for 55 e con il piano RePowerEu. Per l’Italia questi impegni sono tradotti nel Pniec – Piano nazionale integrato energia e clima – che prevede che entro il 2030 l’Italia aumenti rapidamente la produzione di energia da fonti rinnovabili. Per rispettare questi impegni il Paese dovrebbe installare circa 10–12 GW di nuove rinnovabili ogni anno. Ma oggi l’Italia realizza solo circa il 50% di quanto dovrebbe installare.

 

La situazione toscana è ancora più critica. In base alla ripartizione territoriale degli obiettivi nazionali, la Toscana dovrebbe installare circa 70 MW di nuove rinnovabili ogni mese. Nel gennaio 2026, invece, sono stati installati: 16 MW di fotovoltaico e 0 MW di eolico. Questo significa che la Toscana realizza circa il 20% di quanto sarebbe necessario per rispettare gli obiettivi energetici al 2030.

 

Il caso dei porti è particolarmente emblematico. Livorno è indicato da diversi studi tra i porti più inquinati del Mediterraneo e d’Italia, soprattutto per le emissioni delle navi in sosta. Per questo si parla molto di cold ironing, cioè l’elettrificazione delle banchine. Ma senza produzione locale di energia rinnovabile questi impianti rischiano di fallire. Il primo impianto di cold ironing a Livorno è rimasto di fatto inutilizzato. Il motivo è semplice: il costo dell’energia acquistata dalla rete era troppo alto. Per gli armatori non conveniva riconvertire le navi all’elettrico.

 

Il rischio è che lo stesso problema si ripeta nei nuovi impianti che si stanno realizzando con fondi Pnrr a Livorno, Piombino e Portoferraio. Il paradosso è evidente. Si costruiscono infrastrutture elettriche per alimentare i porti, ma si bloccano proprio gli impianti rinnovabili che potrebbero produrre quell’energia. Proposte di eolico nelle aree portuali sono state respinte con motivazioni spesso pretestuose. Eppure a 300 metri dal porto di Piombino esiste già un impianto eolico che dimostra la presenza di vento sufficiente.

 

Nel frattempo si registra un immobilismo inaccettabile sul fotovoltaico che sarebbe immediatamente realizzabile. Eppure esistono potenzialità immediatamente: 8–10 MW nel porto di Livorno, circa 20 MW nell’Interporto, circa 5 MW nel porto di Piombino. Interventi semplici che ridurrebbero subito costi energetici e emissioni.

 

Il confronto con i grandi porti europei è inevitabile. A Rotterdam, Anversa e Amburgo sono presenti migliaia di metri quadrati di pannelli solari, decine di turbine eoliche che con centinaia di MW alimentano direttamente le attività portuali. Quei porti stanno diventando hub europei dell’idrogeno verde anche con l’off shore.

 

Ancora più paradossale è il modo in cui viene utilizzato il tema paesaggio. Negli ultimi anni in Toscana sono state autorizzate/realizzate: linee di alta tensione per circa 84 km, circa 200 tralicci alta tensione, mentre per l’eolico si contano una quindicina di nuove turbine installate negli ultimi anni a fronte di un centinaio bloccate. In altre parole si accettano le infrastrutture che trasportano energia da lontano, ma si respingono quelle che potrebbero produrla localmente.

 

Il problema non è la mancanza di dichiarazioni. I documenti parlano di Hydrogen valley, hub energetici e innovazione, ma il problema è la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Ridurre la dipendenza da petrolio e gas non è solo una scelta ambientale. È una scelta di autonomia economica e qualità del lavoro. E qui emerge un’altra contraddizione del dibattito energetico italiano. Mentre sole e vento vengono ostacolati, torna ciclicamente la proposta di rilanciare il nucleare. Ma la domanda è molto semplice. Quanta energia si può produrre in Italia con sole e vento? E quanta se ne potrebbe produrre con uranio che l’Italia non possiede? Il nucleare non eliminerebbe la dipendenza energetica. La sposterebbe semplicemente dal petrolio all’uranio.

 

La vera indipendenza energetica dell’Italia è davanti agli occhi di tutti: sole e vento. Il problema non è se abbiamo le risorse. Il problema è se abbiamo la volontà politica di usarle. 

 

Lorenzo Partesotti

 

Foto: greenreport.it

 

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