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ISSUE 445

Andamento lento: la finanza climatica cresce, ma non abbastanza

La crescita della finanza climatica è una buona notizia a metà. Per i Paesi in via di sviluppo, il prezzo da pagare è l'aumento del debito

valori.it

Andamento lento: la finanza climatica cresce, ma non abbastanza

Ancora una volta non si fa abbastanza. L’obiettivo di finanza climatica, che l’Onu ha fissato in 100 miliardi di dollari l’anno da parte dei Paesi sviluppati, sarebbe stato raggiunto per tre anni di seguito. La prima volta nel 2022 con 115,9 miliardi, la seconda nel 2023 con 132 miliardi, la terza nel 2024 con 136 miliardi. Si tratta di un deciso incremento rispetto ai 58,5 miliardi del 2016, dieci anni fa.

 

I dati sono contenuti nell’atteso rapporto annuale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, Ocse, uscito a fine maggio. Una buona notizia, dati i tempi incerti; ma, nonostante questo, non va tutto bene.

 

 

Secondo i dati dell’Ocse la finanza climatica cresce, ma non al passo giusto

 

«La finanza per il clima cresce, e questo rappresenta un fatto senz’altro positivo», riflette Eleonora Cogo, responsabile del gruppo finanza del think tank climatico Ecco. «I valori, però, sono ancora molto bassi rispetto al passo che si dovrebbe tenere, ai reali bisogni dei Paesi in via di sviluppo», aggiunge.

 

Gli obiettivi sono stati fissati alla Cop29 di Baku in 300 miliardi l’anno entro il 2035 da parte dei Paesi sviluppati, con il traguardo di mobilitarne altri 1.000 da una varietà di fonti, inclusa la cooperazione Sud-Sud.

 

Guardando i dati Ocse si nota una diminuzione dei contributi bilaterali, cioè quelli tra Paese e Paese.

 

«Si tratta di una tendenza che è lecito attendersi anche nei prossimi anni», prosegue Cogo. «Non dimentichiamo gli annunci di tagli da parte dell’amministrazione americana, per esempio allo Usaid, l’agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale».

 

Ad aumentare sono, invece, i contributi da parte delle organizzazioni multilaterali come la Banca mondiale, la Banca asiatica di sviluppo, Asian Development Bank, e un’altra decina di istituzioni.

 

«Un segnale certamente positivo», riprende l’esperta. «Anche se resta un punto di domanda e riguarda, ancora una volta, gli Stati Uniti di Donald Trump. Washington sta indietreggiando sul clima e spinge per il ritorno alle fonti fossili, ma il 60% circa dei contributi alla Banca mondiale viene proprio dalla Casa Bianca».

 

L’impatto, chiaramente, si sente.

 

 

Sempre più debito sulle spalle dei Paesi in via di sviluppo

 

Non è tutto. Il rapporto dell’Ocse mostra come buona parte di questi fondi siano prestiti, il 73% nel 2023 e il 67% nel 2024, e non finanziamenti a fondo perduto, i cosiddetti grants.

 

«Insomma, altro debito sulle spalle dei Paesi in via di sviluppo che va ad aggravare la crisi già in atto», commenta Cogo.

 

Per comprendere la gravità della situazione, è d’aiuto affiancare a quanto sopra la lettura delle parole che introducono il rapporto Global Economic Prospects 2026, appena uscito dall’ufficio studi della Banca mondiale.

 

Ci troviamo a metà della decade, ma «a meno di un miracolo, gli anni Venti si dimostreranno quello che il loro nefasto prologo aveva presagito: un decennio perso – non solo per un paio di eccezioni, ma per dozzine di economie in via di sviluppo. Nel mezzo di una delle più grandi concentrazioni di shock dagli anni Settanta, quasi un’economia su due tra quelle in via di sviluppo dal 2019 ha fallito di avanzare nella più rudimentale promessa di sviluppo: limitare il divario di reddito con le economie più prospere del Pianeta. Per vedere la luce in fondo al tunnel, dovremo guardare al 2030».

 

Se il debito si ripaga con la crescita e la crescita rallenta, la spirale diventa sempre più stretta. A meno di un miracolo, appunto. E fa riflettere leggere l’espressione in un testo prodotto da economisti abituati alla concretezza.

 

 

Cos’è la finanza climatica? Manca ancora una definizione condivisa

 

Ma c’è un altro tema, questa volta più strutturale, che riecheggia anche nelle pagine diffuse dall’Ocse: manca ancora una definizione condivisa di finanza climatica. La questione è allo stesso tempo deprimente e irrisolvibile.

 

«Una definizione non c’è perché non si riesce a mettersi d’accordo», spiega Cogo. «I Paesi in via di sviluppo spingono perché si chiamino in questo modo solo le sovvenzioni, escludendo quindi i prestiti, eccezion fatta per quelli altamente agevolati. Spingono, inoltre, per un ruolo preponderante dei governi».

 

Agli occidentali, al contrario, interessa ampliare la definizione il più possibile.

 

«Il futuro? Dal mio punto di vista, è improbabile che un accordo venga trovato anche negli anni a venire».

 

Il terzo grande tema messo a fuoco dall’Ocse è la crescita sostanzialmente piatta della finanza per l’adattamento.

 

«Guardando i dati non si raggiunge l’obiettivo della Cop26 di Glasgow, e sicuramente il trend non è in linea con l’impegno assunto alla Cop30 di Belém di triplicare i fondi per l’adattamento», conclude Cogo.

 

L’impressione generale è che il mondo stia tenendo botta. Con i tempi biblici che caratterizzano il negoziato. Serve un miracolo? Forse no. Ma, di certo, un più terrestre ritorno del sistema internazionale a una condizione di stabilità.

 

Quando geopolitica ed economia premono, il clima passa in secondo piano.

 

 

Di Antonio Piemontese

Photo: UN Climate Change

 

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