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ISSUE
435
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arpat.toscana.it

Per la rubrica Dialoghi con l’autore e con l’autrice, all’interno delle Letture verdi proposte da ARPAT, abbiamo rivolto alcune domande a Giada Prisco, Professoressa Associata di Pedagogia Generale e Sociale presso la Facoltà di Scienze Umane, della Formazione e dello Sport dell’Università Pegaso.
Giada Prisco è autrice, insieme a Edgar Isch Lopez e Jesús Romero Moñivas, del libro “Educare alla trasformazione sostenibile: dall’agire individuale alla partecipazione comunitaria”.
Partiamo dal concetto presente nel libro “Educare alla trasformazione sostenibile: dall’agire individuale alla partecipazione comunitaria”, ovvero che la conoscenza scientifica, da sola, non produce cambiamento. Per un’agenzia come ARPAT, che quotidianamente raccoglie, valida e comunica dati ambientali (qualità dell’aria, acque, suolo, biodiversità), il libro pone una domanda cruciale: come trasformare l’informazione ambientale in consapevolezza sociale e azione condivisa?
Ritengo che ARPAT, così come le altre agenzie presenti sul territorio, ricoprano un ruolo cruciale nella trasmissione dei saperi e nella diffusione delle conoscenze scientifiche tra la cittadinanza. A mio avviso, per evolvere dall’informazione alla formazione integrale della persona, è necessario fare leva sul bisogno umano profondo di cooperare, di rispondere agli altri, di costruire assieme. La consapevolezza e la “coscientizzazione”, come affermerebbe Freire, nascono soprattutto dalla reciprocità e dall’azione condivisa. Laddove vi è un obiettivo comune e la necessità di collaborazione, si attivano infatti potenti processi di apprendimento e di trasformazione.
In base alle sue conoscenze e ai suoi studi, quanta consapevolezza c’è nella popolazione circa le emergenze in corso, come il cambiamento climatico e la crisi ambientale?
Oggigiorno credo che stia crescendo sempre di più la consapevolezza riguardo alle sfide e alle emergenze attuali. A testimoniarlo sono anche i recenti dati ISTAT (2025), secondo i quali il 58,1% della popolazione esprime preoccupazione per il cambiamento climatico e per il continuo spreco delle risorse naturali. Tuttavia, non possiamo ignorare che, di fronte al collasso ecologico che stiamo vivendo, è naturale che i cittadini e le cittadine si sentano smarriti e provino emozioni contrastanti.
Quando veniamo travolti/e da impotenza e rassegnazione, si genera in noi una paralisi molto pericolosa poiché viene meno quella tensione e spinta all’azione. Per questo motivo, è essenziale alimentare costantemente, soprattutto tra le giovani generazioni, il ciclo di informazione, comprensione e azione, che costituisce il fondamento dei processi di trasformazione sociale.
Nel libro sostenete che la crisi ecologica non è solo ambientale, ma anche culturale e educativa. Perché, a suo avviso, la transizione ecologica non può essere affrontata solo con soluzioni tecniche o normative?
Credo fortemente che la crisi ecologica sia, prima di tutto, una crisi identitaria, poiché riflette una concezione errata del rapporto tra umanità e natura. Questo implica la necessità di riconsiderare profondamente l’essenza della vita, di rigenerare le interdipendenze e di risignificare i legami che ci uniscono al mondo che ci circonda: la separazione di ciò che è correlato e interconnesso è la vera radice del problema. Nel nostro libro, sosteniamo che la crisi ecologica non sia solo una questione ambientale, ma soprattutto una crisi umana, radicata nei nostri modi di pensare e agire. Essa pervade ogni sfera della nostra vita quotidiana ed è proprio per questo che non può essere affrontata
esclusivamente con soluzioni tecniche o normative. L’Agenda ONU 2030 ci ricorda che la risposta alle emergenze globali richiede un intervento su più livelli: la trasformazione deve essere alimentata da un impegno tanto individuale quanto collettivo, che vada oltre l’approccio tecnico, abbracciando anche cambiamenti culturali e educativi.
Nel volume parlate di educazione “trasformativa”. Che cosa distingue questo approccio da una tradizionale educazione ambientale basata sulla sensibilizzazione o sulle buone pratiche?
Ritengo che oggi sia fondamentale incentivare, oltre ad iniziative di sensibilizzazione e di condivisione di buone pratiche, percorsi educativi e formativi che rispondano alle esigenze specifiche
degli individui e dei loro contesti personali e professionali. In questo senso, occorre focalizzarsi sulla motivazione intrinseca, poiché la sola trasmissione di informazioni e conoscenze non basta. È indispensabile preparare il terreno per l’apprendimento: un nuovo tema va introdotto creando una situazione problematica, collegandolo a ciò che le persone già conoscono. Successivamente, è fondamentale stimolare il dibattito, il confronto e lo scambio costruttivo: occorre dunque rilanciare elementi “imprevisti” che generino nei soggetti una “crisi positiva”, che spinga loro ad andare oltre l’informazione data, a porsi delle domande, a “so-stare” nell’incertezza, ad individuare altre nuove, possibili ipotesi e soluzioni. Secondo me è in questo momento che nasce la curiosità ed è così che l’educazione diventa realmente trasformativa.
Nel libro si fa riferimento alle parole del premio Nobel per la pace Muhammad Yunus che sottolinea come i cambiamenti in atto impongano di ricercare una “rinnovata civiltà”, modificando il modo in cui interagiamo con l’ambiente e le persone, il modo in cui lavoriamo, il modo in cui viaggiamo, ciò che acquistiamo, ciò che mangiamo, ciò che consumiamo. Questo significa che dobbiamo esplorare “strade nuove”, allontanarci dai percorsi battuti, per sperimentare un cambio di paradigma trasformativo in grado di coinvolgere i singoli e la collettività. Quali suggerimenti pratici possono essere forniti per avviare un percorso individuale e collettivo verso la sostenibilità? Che contributo può dare un’Agenzia come ARPAT?
Queste due domande mi offrono l’opportunità di condividere con voi una riflessione che considero fondamentale. Nel nostro libro, sottolineiamo con forza che il cambiamento verso la sostenibilità deve essere un processo collettivo, che coinvolga tutti e tutte, in un’ottica di interconnessione e interdipendenza. Come suggerito nel sottotitolo del volume, l’obiettivo è passare “dall’agire individuale alla partecipazione comunitaria”. In tal contesto, gli enti locali dovrebbero svolgere il ruolo di mediatori e facilitatori, orientando e supportando il contributo dei cittadini e delle cittadine all’interno di un “sistema competente”. Tale sistema dovrebbe adottare un approccio ecologico e olistico, capace di coordinare i singoli contributi e di integrare diversi livelli e linguaggi. In questo senso, il contributo di ARPAT e di altre agenzie simili sul territorio consiste nel promuovere la collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, guidando singoli e comunità verso obiettivi condivisi di sostenibilità. In definitiva, si tratta di investire in individui, collaborazione interistituzionale, governance.
La difficoltà e complessità del vivere contemporaneo spesso determinano atteggiamenti di indifferenza e assuefazione, noia e rassegnazione che non portano ad agire per percorrere la via verso la transizione ecologica: come superare questo tipo di atteggiamento?
Durante la stesura del volume, assieme ai colleghi Edgar Isch Lopez e Jesús Romero Moñivas, mi sono interrogata più volte su quest’aspetto, in particolare sul tema dell’ecoansia e della gestione delle emozioni legate alla crisi ecologica. Per contrastare l’indifferenza, l’impotenza e la rassegnazione, credo che sia fondamentale riscoprire il concetto di “restanza” promosso da Vito Teti, un termine che ci spinge a rimanere con consapevolezza nel mondo, sentendosi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e allo stesso tempo da rigenerare radicalmente. In questo senso, la “restanza” è un invito a riscoprire la nostra stessa essenza umana, a ripensare le relazioni con noi stessi, con gli altri e con l’ambiente, affrontando le crisi in maniera proattiva. Si tratta di “esistere” e non solo “resistere”, di “vivere” e non solo “sopravvivere”, di promuovere una “speranza attiva” per guardare al futuro con fiducia e resilienza, pur riconoscendo le difficoltà del presente.
Nel vostro lavoro emerge con forza il ruolo dei contesti locali. Che importanza hanno i territori, e in particolare i conflitti ambientali locali, come spazi di apprendimento e di educazione alla sostenibilità?
Sappiamo bene che quando i processi nascono dal basso sono in grado di produrre cambiamenti più profondi e duraturi. Nel volume richiamiamo più volte il ruolo dei territori e dei contesti locali: pensiamo alle lotte delle “eco-guerriere” in America Latina che nella loro militanza, opponendosi a progetti di sviluppo estrattivi, denunciano il “terricidio”, lottano contro il degrado ambientale, si battono per la difesa della terra, delle risorse naturali e dei diritti delle loro comunità. In questo senso, noi crediamo fortemente che l’azione delle comunità sia essenziale per promuovere quella che il sociologo Enrique Leff definisce “ri-esistenza”, cioè un impegno a ripensare la vita in termini di interdipendenza e reciprocità. I territori e le comunità locali sono ecosistemi di apprendimento vitali in cui indagare le modalità attraverso cui cooperare assieme, facendo dello stare gli uni accanto agli altri un’occasione preziosa per re-immaginare un nuovo equilibrio futuro.
Il libro verrà presentato alla Fortezza da Basso, il 12 marzo 2026, nell’ambito di Didacta Italia 2026.
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Rassegna del 27 Febbraio, 2026 |
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