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ISSUE
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repubblica.it

Nel lasso di tempo in cui avete letto l’attacco di questo articolo, un secondo, in media nel mondo un camion carico di vestiti viene smaltito in discarica o bruciato. Non è un segreto che l’industria della moda, con le esigenze dettate dal fast fashion e da tendenze che corrono velocissime, generi una quantità tale di rifiuti da impattare direttamente su clima e ambiente. L’impatto maggiore è quasi sempre legato a una pratica: quello dei vestiti invenduti da parte delle grandi aziende. Le scorte di magazzino vengono scartate per far spazio alla prossima ondata di moda e finiscono così direttamente al macero. Nella sola Europa ogni anno si stima che dal 4 al 9% dei tessuti invenduti sia distrutto ancor prima ancora di essere indossato, rifiuti che generano circa 5,6 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, per dare l’idea come le emissioni nette totali della Svezia di cinque anni fa.
Per questo la Ue ha adottato nuove e importanti misure che vietano, soprattutto alle grandi aziende, di distruggere i capi invenduti. La Commissione europea il 9 febbraio ha dato il via libera al Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR) per impedire “la distruzione di indumenti, vestiti, accessori e calzature invenduti”. L’obiettivo è ridurre gli sprechi e le emissioni, così come limitare i danni ambientali e creare condizioni di parità per le aziende che già si impegnano in modelli di sostenibilità ed economia circolare. Con le nuove regole le ditte ora dovranno innanzitutto divulgare le informazioni sui loro prodotti invenduti e su come li smaltiscono: in generale verrà introdotto un divieto di distruzione dell’abbigliamento, che dovrà passare invece per riciclo, recupero e forme circolari. In alcuni casi, precisano le nuove deroghe, la distruzione sarà ammessa (quando ci sono danni al prodotto) ma le autorità nazionali dovranno vigilare su questo processo. Allo stesso tempo verrà introdotto un formato standard per comunicare i volumi degli invenduti, una pratica a cui sarà necessario adattarsi fra un anno, nel febbraio 2027.
In generale l’idea è incoraggiare a gestire l’invenduto per esempio attraverso “la rivendita, la rigenerazione, le donazioni o il riutilizzo” sostiene l'Ue. Questo cambiamento entrerà ufficialmente in vigore, per le grandi aziende, dal 19 luglio 2026. Vale per capi e anche per calzature. L’Ue scrive poi che “si prevede che le medie aziende seguiranno l'esempio nel 2030”. Per Jessika Roswall, commissaria per l’ambiente ed economia circolare dell’Unione Europea, “il settore tessile è all'avanguardia nella transizione verso la sostenibilità, ma permangono ancora delle sfide.
I numeri sui rifiuti dimostrano la necessità di agire. Con queste nuove misure, il settore tessile sarà in grado di orientarsi verso pratiche sostenibili e circolari, e potremo aumentare la nostra competitività e ridurre le nostre dipendenze”. Dipendenze che sono in costante crescita: a livello globale produciamo ormai in media 100 miliardi di capi all’anno (con picchi oltre i 150 miliardi) che sono destinati a raddoppiare nel 2030 alle attuali tendenze imposte dal fast fashion e dai consumatori. In pratica, con i vestiti che produciamo ogni anno, potremmo vestire sei generazioni a venire: il problema è che larga parte di questi capi sono realizzati, accantonati e poi bruciati se invenduti. Si parla di quasi 100 milioni di tonnellate l’anno destinate alle discariche. Soltanto nella vicina Francia ogni anno vengono distrutti prodotti invenduti per un valore di circa 630 milioni di euro e la Germania scarta ogni anno quasi 20 milioni di resi, soprattutto quelli legati allo shopping online. La speranza è dunque che questo nuovo sforzo, pensa l’Ue, possa rendere “i prodotti sul mercato europeo più durevoli, riutilizzabili e riciclabili, aumentando al contempo l'efficienza e la circolarità”.
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Rassegna del 27 Febbraio, 2026 |
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