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ISSUE
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greenreport.it

Dopo il blocco imposto dalla Cina nel 2018 alle importazioni di rifiuti plastici — una scelta che ha ridefinito gli equilibri globali del settore — una quota significativa dei rifiuti plastici prodotti in Europa ha preso la strada della Turchia e di diversi Paesi del Nord Africa.
Secondo i dati Eurostat, la Turchia è diventata il principale destinatario dei rifiuti esportati dall’Unione europea, mentre altri flussi rilevanti si dirigono verso Paesi come Egitto e Marocco.
Una quota significativa di questi rifiuti arriva a destinazione in condizioni tali da rendere difficile, se non impossibile, il loro recupero. Rapporti istituzionali e analisi della Commissione europea evidenziano come una parte dei rifiuti esportati verso Paesi con capacità di gestione limitate finisca in discariche o venga smaltita tramite combustione non controllata. Dinamiche analoghe si riscontrano in alcune aree del Nord Africa, dove secondo le principali analisi internazionali, sussistono significative criticità di base nella capacità di trattamento dei rifiuti, con quote rilevanti gestite in modo inadeguato. In questo contesto, l’arrivo di flussi aggiuntivi di rifiuti dall’estero può contribuire ad accentuare tali criticità.
I movimenti avvengono, nella maggior parte dei casi, all’interno di un quadro normativo formalmente corretto. Tuttavia, secondo stime della Commissione europea tra il 15% e il 30% delle spedizioni di rifiuti potrebbe sfuggire ai sistemi di controllo e tracciabilità. Il sistema funziona, ma funziona in modo tale da spostare nello spazio gli effetti ambientali che non riusciamo o non vogliamo gestire localmente. Più che di esportazione, si tratta di fatto di una riallocazione del rischio.
Un capitolo altrettanto critico riguarda i rifiuti tessili.
L’industria dell’abbigliamento è oggi uno dei principali utilizzatori di fibre sintetiche. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ogni anno vengono prodotti circa 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili e la durata media dei capi si è ridotta significativamente negli ultimi decenni. I tessili rappresentano inoltre circa l’11% dei rifiuti plastici globali.
Una parte significativa di questi flussi segue traiettorie simili a quelle della plastica.
Le esportazioni europee di abiti usati sono aumentate negli ultimi vent’anni, superando il milione di tonnellate annue. Una quota rilevante finisce per essere scartata nei Paesi di destinazione, contribuendo alla formazione di discariche informali o alimentando sistemi di gestione non controllati.
Le discariche di plastica, così come quelle tessili, non sono un’anomalia del sistema, ma una sua conseguenza coerente, il punto di arrivo di una catena che inizia a monte, nelle scelte produttive, nei modelli di consumo e nelle asimmetrie economiche tra Paesi.
Il quadro normativo europeo è in evoluzione, anche alla luce delle criticità emerse negli ultimi anni che hanno portato agli emendamenti del 2019 alla Convenzione di Basilea, entrati in vigore nel 2021, che hanno esteso i controlli ai rifiuti plastici. La revisione del regolamento sulle spedizioni internazionali di rifiuti va nella direzione di un maggiore controllo dei flussi e di una limitazione delle esportazioni verso Paesi non OCSE, con tutto ciò che ne consegue. Tuttavia, la questione non è solo regolatoria.
Il problema, in ultima analisi, è culturale. Il rifiuto, per essere accettabile, deve essere collocato altrove. Non basta trattarlo, bisogna anche allontanarlo, sottrarlo allo spazio dell’esperienza quotidiana.
In questo senso, la gestione dei rifiuti plastici riguarda il modo in cui definiamo i confini della nostra responsabilità e la capacità di riconoscere che quei confini non coincidono con quelli geografici. Certe situazioni sono espressione di una geografia che coincide con i margini mobili del nostro sistema economico e, forse, con quelli della nostra attenzione.
Oreste Patrone
Foto: greenreport.it
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Rassegna del 10 Aprile, 2026 |
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