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ISSUE 438

In Francia si finanziano riuso e riparazione con i soldi dei produttori

La legge contro lo spreco e per l'economia circolare (Loi AGEC) ha creato in Francia un precedente unico in Europa, obbligando i produttori di imballaggi, tessili, apparecchiature elettriche ed elettroniche a pagare per il riuso tramite l’EPR

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In Francia si finanziano riuso e riparazione con i soldi dei produttori

Per trasformare l’Europa in un continente davvero circolare non bastano gli slogan. Servono strumenti concreti e, soprattutto, risorse economiche per sostenere la parte più nobile della gerarchia dei rifiuti: la prevenzione, il riuso e la riparazione. Mentre la gestione del fine vita, come la raccolta e il riciclo, è da tempo finanziata dai produttori tramite la Responsabilità Estesa del Produttore (EPR), le attività che prevengono la creazione stessa del rifiuto sono spesso rimaste appannaggio di fondi pubblici o dell’iniziativa di coraggiosi pionieri. Per superare questo limite, l’organizzazione Zero Waste Europe ha proposto di sdoppiare i contributi EPR, vincolandone una parte al finanziamento della transizione circolare. Un’idea che in Francia non è rimasta sulla carta, ma è diventata legge come racconta ZWE in un approfondimento (documento “Extended Producer Responsibility for waste reduction”). La legge contro lo spreco e per l’economia circolare (Loi AGEC) ha infatti creato un precedente unico in Europa, obbligando i produttori a pagare per il riuso. Dopo avervi parlato delle novità belghe, approfondiamo quindi quanto è in corso in Francia.

 

Un fondo per il riuso: come funziona il 5% obbligatorio

Il cuore del modello francese sta nel prevedere che una parte dei soldi raccolti dai consorzi (i PRO ovvero Producer Responsibility Organisation) attraverso i contributi ambientali versati dalle aziende debba essere obbligatoriamente destinata a finanziare progetti di riuso e riparazione. Nello specifico, l’articolo L541-10-5 del Codice Ambientale francese stabilisce che, per otto dei principali schemi EPR (tra cui imballaggi, tessili, apparecchiature elettriche ed elettroniche), il fondo per il riuso debba rappresentare almeno il 5% delle tariffe EPR raccolte.

 

È fondamentale sottolineare che il 5% è una soglia minima, non un tetto massimo. La legge AGEC, infatti, incoraggia i consorzi a superare questa percentuale per raggiungere gli obiettivi nazionali di riuso. Inoltre, per garantire che ogni euro venga speso correttamente, se un consorzio, in un dato anno, destina meno del 5% ai fondi, l’importo mancante deve essere recuperato l’anno successivo, assicurando un flusso di finanziamento costante e certo per gli operatori del settore.

 

 

Responsabilità e sanzioni: chi non rispetta le regole, paga di più

Il sistema francese non si basa sulla volontarietà, ma su un solido meccanismo di responsabilità legale. I consorzi sono responsabili del corretto utilizzo di questi fondi e del raggiungimento dei target. L’articolo L541-10-5 del Codice è molto chiaro: se gli obiettivi di riuso o “ri-utilizzo” (il riuso di un oggetto diventato rifiuto) non vengono raggiunti, i consorzi devono aumentare la loro allocazione al fondo per il riuso in modo proporzionale al deficit registrato.

 

A questo si aggiunge un sistema sanzionatorio più ampio per il mancato raggiungimento degli obiettivi di prevenzione e gestione dei rifiuti. In questi casi, la legge prevede un contributo aggiuntivo calcolato sulla base dei “punti” di obiettivo mancati, moltiplicati per il costo medio per punto, con una maggiorazione di almeno il 50%. In altre parole, non raggiungere gli obiettivi di circolarità diventa economicamente svantaggioso, spingendo i produttori e i loro consorzi a investire seriamente nella prevenzione e nel riuso.

 

 

Chi beneficia dei fondi? Il ruolo chiave dell’economia sociale e solidale

La legge AGEC riconosce il ruolo fondamentale svolto da decenni dagli attori dell’economia sociale. I beneficiari principali dei fondi per il riuso sono, infatti, le organizzazioni che operano nell’ambito della Legge sull’Economia Sociale e Solidale: cooperative, associazioni e imprese sociali attive nella prevenzione, nel riuso e nella riparazione.

 

Tuttavia, il sistema non è chiuso. Le linee guida operative specificano che anche le imprese convenzionali che sviluppano attività di riuso possono qualificarsi per accedere ai fondi, a condizione che rispettino i criteri di ammissibilità stabiliti. Tale approccio inclusivo è pensato per favorire la nascita di un ecosistema del riuso diversificato, dove attori sociali e imprese tradizionali possano collaborare e crescere, come nel caso dei sistemi di packaging riutilizzabile per la ristorazione o la grande distribuzione.

 

 

La legge sotto esame: il 5% non basta, serve un rilancio

Nonostante l’approccio innovativo – si sottolinea nel documento di ZWE -, il modello francese non è esente da critiche. Diverse istituzioni francesi, dal Senato al Parlamento fino a ispezioni governative, hanno recentemente valutato l’efficacia della legge AGEC. Emerge come il sistema sia ancora troppo focalizzato sul riciclo e i fondi destinati al riuso, seppur garantiti, non sono sufficienti.

 

La raccomandazione prioritaria emersa da tutti i rapporti è unanime: aumentare i finanziamenti per il riuso. La quota attuale del 5% è considerata insufficiente per raggiungere gli ambiziosi obiettivi della legge. In risposta a questa evidenza, i relatori della commissione parlamentare hanno già presentato una proposta di legge per aumentare la quota minima delle tariffe EPR da destinare al riuso dal 5% al 10%.

 

La Francia, dopo aver aperto la strada, sta già lavorando per rendere il percorso più ambizioso, offrendo una lezione preziosa al resto d’Europa: il principio di far pagare i produttori per il riuso funziona, ma per innescare un vero cambiamento, l’investimento deve essere all’altezza della sfida.

 

 


Valeria Morelli


Foto: Canva

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