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ISSUE
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lifegate.it

L’impatto dei cambiamenti climatici sugli oceani, e di conseguenza sulle nostre vite, è sempre più pesante. Gli ultimi dati, ancora provvisori, del servizio di monitoraggio europeo Copernicus indicano che la temperatura media sulla superficie degli oceani ha raggiunto un valore superiore ai 21 gradi centigradi nella giornata di martedì 31 marzo. Si tratta di quasi 0,5 gradi in più rispetto alla media del periodo compreso tra il 1992 e il 2022.
Temperatura media delle acque superficiali di 0,5 gradi in più rispetto al periodo 1992-2022
Anche i valori indicati dalla National oceanic and atmospheric administration (Noaa) appaiono in linea: l’agenzia statunitense parla di 21,12 gradi centigradi, appena al di sotto del record assoluto stabilito alla fine di marzo del 2024, quando si raggiunsero i 21,16 gradi. Il dato risulta di 0,57 gradi superiore risiero alla media del periodo 1991-2020.
Commentando i dati al quotidiano francese Le Monde, l’oceanografo di Météo France, Thibault Guinaldo, ha osservato: “Queste cifre mostrano che siamo ormai arrivati a livelli eccezionalmente alti a livello globale”. Ciò soprattuto in alcune zone dell’Atlantico meridionale, del Golfo del Messico o dei mari tropicali. In alcuni casi, ad esempio a nord-est del continente europeo, sono state segnalate anomalie addirittura di 1,5 gradi centigradi.
Ciò significa, tra le altre cose, carburante utile per alimentare eventi meteorologici estremi. Come quelli che hanno colpito negli anni scorsi l’Emilia-Romagna o Valencia, soltanto per citare due esempi. Allo stesso modo, ai Caraibi e lungo le coste del Pacifico si rischiano uragani e tifoni sempre più potenti, esattamente come accaduto di recente in Giamaica.
Nel 2026 gli oceani potrebbero risentire del caldo patito negli anni precedenti
Inoltre, come ricordato da Mongabay, “gli oceani del mondo assorbono quasi il 90 per cento del caldo in eccesso intrappolato dai gas ad effetto serra nell’atmosfera, rendendo tale assorbimento il meccanismo principale all’origine dell’aumento della temperatura superficiale del mare. Le conseguenze del riscaldamento degli oceani vanno ben oltre la temperatura stessa, non solo intensificando gli eventi meteorologici estremi, ma alterando gli ecosistemi marini e modificando la circolazione oceanica su larga scala”.
A pesare è anche una sorta di circolo vizioso chiamato inerzia termica degli oceani. Ovvero il fatto che le acque, in caso di prolungate ondate di caldo, risentono di quanto vissuto in precedenza. In altre parole, le condizioni delle stagioni precedenti creano dei “presupposti” in grado di influire sull’immediato futuro. E se si tiene conto del fatto che il 2025 è stato il terzo anno più caldo di sempre negli oceani, subito dopo i record del 2024 e del 2023, si comprende come livelli estremi possano essere facilmente raggiunti anche nell’anno in corso. Temperature particolarmente elevate si stanno d’altra parte registrando dall’inizio dell’anno.
Il Mediterraneo rischia un effetto-tropicalizzazione
A questo quadro, già inquietante, occorre purtroppo aggiungere il possibile ritorno di El Niño, nei prossimi mesi, fenomeno naturale che consiste nel riscaldamento della temperatura superficiale dell’oceano Pacifico centro meridionale e orientale. Qualora dovesse ripresentarsi, i dati potrebbero risultati ancor più negativi di quanto atteso, contribuendo a modificare gli strati di acque calde e fredde, e incidendo sul loro mescolamento. Per un mare come il Mediterraneo, il rischio è un effetto di tropicalizzazione, che già nelle scorse estati abbiamo toccato con mano.
Andrea Barolini
Foto: Freepik
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