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ISSUE 438

Perché investire nelle rinnovabili protegge dalla crisi energetica

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Perché investire nelle rinnovabili protegge dalla crisi energetica

"La crisi energetica torna a colpire l'Europa. I dati mostrano perché la Spagna, con più rinnovabili, paga l'energia sette volte meno dell'Italia"

 

La crisi energetica è il tema del momento. La chiusura dello stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture energetiche del Golfo Persico, conseguenza della guerra statunitense ed israeliana contro l’Iran, stanno bloccando quasi un quinto del commercio globale di petrolio e gas. A farne le spese in misura maggiore è stata fin’ora l’Asia – principale mercato dei combustibili fossili della regione. Ma la natura globale del mercato energetico fa sì che le ripercussioni inizino a toccare anche l’Europa e l’Italia.


Questa condizione ha inevitabilmente riaperto il dibattito sulla transizione energetica. Il governo spagnolo, guidato dal socialista Pedro Sánchez, ha vantato le performance positive del sistema energetico del suo Paese, dovute ai forti investimenti nelle rinnovabili degli ultimi anni. In Italia, l’esecutivo di Giorgia Meloni sembra andare in una direzione differente. Tra le altre cose ha deciso di rimandare la chiusura delle centrali a carbone ancora attive al 2038. Per capire quali di questi approcci abbia più possibilità di rivelarsi vincente, val la pena partire dall’inizio.


Il punto è che l’Europa – e l’Italia in misura ancora maggiore – sono enormemente dipendenti dai combustibili fossili sia per la loro produzione di elettricità sia per l’energia più in generale – quella dei trasporti e delle industrie, ad esempio. E siccome l’Europa come Continente ha riserve naturali modeste, e l’Italia le ha minime, questa dipendenza da petrolio, gas e carbone si traduce in una forte dipendenza dall’estero. Una condizione che ci rende particolarmente esposti agli shock. Già con la fine delle importazioni di gas russo a seguito dell’invasione dell’Ucraina abbiamo sperimentato una crisi simile. Quella relativa allo stretto di Hormuz ci riguarda in modo meno diretto, ma più a lungo durerà la guerra più è probabile che le conseguenze si aggravino anche per l’Europa.

 

Così l’Unione europea produce elettricità ed energia ed è dipendente dall’estero

Nei grafici a torta a seguire è possibile apprezzare visivamente ciò che abbiamo appena spiegato. La prima coppia mostra le fonti energetiche con cui l’Unione europea produce, rispettivamente, la propria elettricità e la propria energia. Nella seconda coppia possiamo vedere la dipendenza europea e italiana dalle fonti provenienti dall’estero. Vale la pena notare come tutto il Continente sia legato ai combustibili fossili stranieri, ma l’Italia lo è di più: 73,9% contro 42,8%.


In questi numeri c’è un primo aspetto della questione. La crisi energetica è una crisi tanto più grave quanto più si è costretti ad inseguire il mercato globale dell’energia. E l’Italia non ha la possibilità di bruciare combustibili in forma autarchica, se non in misura estremamente ridotta, perché non ne possiede abbastanza.

 

L’impatto sul clima dei combustibili fossili

La scelta di modello tra rinnovabile e fossile, però, va oltre la sicurezza energetica. Fino allo scoppio della guerra russo-ucraina e poi al nuovo conflitto in Iran questa scelta era stata inquadrata in termini prima di tutto ambientali. Gas, petrolio e carbone producono, se bruciati, gas climalteranti come la CO2. Secondo l’Ipcc, il foro scientifico delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il 75% circa delle emissioni responsabili del riscaldamento globale originano dall’uso di combustibili fossili. Le energie rinnovabili, al contrario, non producono CO2 durante l’uso – e le emissioni relative alla loro costruzione e smaltimento sono marginali.


Il primo tra i grafici sottostanti raffigura questa differenza, calcolandola come grammi di anidride carbonica per kilowattora prodotto. Il secondo mostra la traiettoria delle emissioni globali dal 2016 – anno del raggiungimento del più importante trattato internazionale sul clima, l’Accordo di Parigi – fino al 2024. Il trend è di crescita, seppur meno marcata di un tempo, con la sola eccezione dell’anno dei lockdown per via della pandemia da Covid-19.


«Sabato scorso noi abbiamo pagato 14 euro al MWh, l’Italia 100», ha dichiarato la scorsa settimana il premier spagnolo Pedro Sánchez. Il segreto del modello economico ed ambientale di Madrid sta proprio nel suo mix elettrico. Che ancora non è del tutto pulito, ma comunque presenta una penetrazione di solare e fotovoltaico decisamente maggiore di quello italiano. Fotovoltaico, eolico e idroelettrico nel 2024 componevano, secondo i dati dell’Iea, oltre il 54% del mix iberico. Il gas naturale, che in Italia vale il 43,7% del totale, in Spagna è solo il 18,3%.


Il governo Sánchez può anche contare su un 18% circa di nucleare, in fase di dismissione. L’energia atomica non soffre il problema delle emissioni, come mostrato dal grafico precedente. Ma non risolve la questione della dipendenza: per funzionare ha bisogno di combustibile, seppur in quantità limitate, che in gran parte viene importato da Russia, Canada, Africa.


La scelta spagnola, che si deve ad investimenti messi in cantiere ormai oltre un lustro fa, sembra stare pagando in questa frase di grande difficoltà per Paesi come l’Italia. Dal punto di vista ecologico come dal punto di vista economico.

 


Lorenzo Tecleme


Foto: Freepik

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