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ISSUE
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A Thacker Pass, nel nord del Nevada, la terra ha il colore della cenere e della polvere. Per le multinazionali dell’automotive e dell’energia, questo deserto d’alta quota rappresenta una terra promessa: uno dei più grandi depositi di litio del pianeta, l’oro bianco indispensabile per alimentare le batterie dei veicoli elettrici.
Ma per i popoli Paiute e Shoshone, quel luogo si chiama Peehee Mu’huh, “Luna di Paglia”. È un luogo sacro, un santuario spirituale, ma anche il sito di un tragico massacro avvenuto nel 1865, dove i soldati statunitensi sterminarono decine di nativi.
Oggi, le ruspe e i bulldozer stanno sventrando quei terreni ancestrali e funerari. La distruzione culturale e spirituale di una comunità nativa viene pianificata e legalizzata in nome del bene supremo della transizione verde.
Il rapporto recentemente pubblicato da Amnesty International, intitolato “We’re here to Protect Mother Earth”: Indigenous Rights and Nevada’s Lithium Boom, squarcia il velo sulla narrazione mainstream della transizione ecologica.
Il Nevada si trova al centro di una vera e propria tempesta estrattiva, concentrando circa l’85% delle riserve di litio conosciute negli Stati Uniti. Entro la fine del decennio, la domanda globale di questo minerale è destinata a triplicare, spinta non solo dall’industria automobilistica ma anche dalla crescita esponenziale dei data center necessari all’Intelligenza Artificiale, voraci accumulatori di energia pulita. Tra l’altro, proprio queste strutture minacciano gli ecosistemi delle popolazioni indigene, mettendo in discussione la sovranità tribale.
Amnesty ha analizzato tre megaprogetti nel complesso statale, rilevando una costante sistematica: la totale assenza di un reale consenso da parte delle tribù che da millenni custodiscono quei territori.
La velocità con cui l’amministrazione federale ha concesso le autorizzazioni, riducendo a pochi mesi iter burocratici che solitamente richiedono anni, dimostra come la fretta geopolitica di accaparrarsi “materie prime critiche” stia schiacciando qualsiasi forma di tutela dei diritti umani.
Per le comunità indigene locali, l’estrattivismo distruttivo non è una novità: il litio è solo la nuova forma. Durante la Guerra Fredda, queste stesse terre ancestrali furono classificate dal governo di Washington come “Zone di Sacrificio Nazionale”.
L’Arizona e il New Mexico vennero devastati dall’estrazione selvaggia dell’uranio, lasciando in eredità migliaia di miniere tossiche abbandonate che ancora oggi avvelenano l’acqua dei Navajo.
In Nevada, la nazione degli Shoshone Occidentali ha subito, tra il 1951 e il 1992, la detonazione di oltre mille ordigni nucleari nel Nevada Test Site, trasformando il loro territorio nel luogo più bombardato del pianeta con ordigni nucleari.
Per decenni, lo spettro delle scorie radioattive ha continuato a minacciare la vicina Yucca Mountain, un’altra area considerata sacra. Nel ventesimo secolo, lo sterminio silenzioso dei nativi e la contaminazione delle loro terre avvenivano in nome della “difesa della democrazia” e dell’arsenale atomico. In questo secolo, la profanazione avviene sotto un’insegna verde.
Il fulcro politico della denuncia di Amnesty International risiede nella violazione del principio del Consenso Libero, Preventivo e Informato, FPIC, un pilastro della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni.
Le multinazionali e le agenzie federali aggirano questo obbligo facendo leva su un anacronismo legislativo: il General Mining Act del 1872. Questa legge, scritta all’epoca della conquista del West per favorire l’insediamento dei coloni, permette alle aziende di rivendicare diritti minerari quasi illimitati su quelli che lo Stato definisce “suoli pubblici”.
Definire queste terre come “pubbliche” significa legalizzare a monte l’esproprio storico subito dai nativi, i quali non hanno mai ceduto formalmente la propria sovranità attraverso i trattati internazionali, come il Trattato di Ruby Valley del 1863.
Le consultazioni avviate dal governo americano sono state denunciate dalle tribù come mere formalità burocratiche a cose già fatte.
Oltre alla distruzione dei siti storici, il boom del litio minaccia la sicurezza ambientale di una delle regioni più aride del Nord America. L’estrazione e la raffinazione del litio sono processi chimico-industriali estremamente idrovori.
Per far funzionare impianti come quello di Thacker Pass, saranno necessari miliardi di litri d’acqua all’anno, pompati direttamente dalle falde acquifere sotterranee.
Questo massiccio prelievo rischia di prosciugare le sorgenti locali, da cui dipendono non solo le riserve dei nativi per l’agricoltura e la sussistenza, ma anche ecosistemi fragilissimi che ospitano specie protette ed endemiche, oltre ai tradizionali alberi di pino d’alta quota, i cui pinoli rappresentano da millenni un alimento fondamentale per i popoli della zona.
Il caso del Nevada dimostra che l’attuale modello di transizione ecologica soffre di un vizio di forma strutturale: si limita a sostituire la tecnologia di alimentazione del capitalismo globale, dai combustibili fossili ai minerali rari, lasciando intatte le medesime logiche di sfruttamento, accumulazione e ingiustizia sociale del passato.
Se l’obiettivo di salvare il pianeta si fonda sul sacrificio sistematico delle minoranze e sulla violazione dei diritti umani fondamentali, la transizione perde ogni legittimità morale.
Il rapporto di Amnesty International lancia un monito urgente a governi e catene di fornitura globali: non può esistere una giustizia climatica senza giustizia sociale.
Una vera transizione ecologica deve iniziare dal rispetto dei trattati, dalla tutela della sovranità tribale e dal riconoscimento che la salvezza della Terra non può essere costruita sulle macerie dei suoi popoli originari.
Di Michele Manfrin
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Rassegna del 5 Giugno, 2026 |
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