La Newsletter di ESO
ISSUE 443

Caldo, cambiamenti climatici e aria fritta

Tra negazionisti, centro spaventato e sinistra che balbetta, la politica europea volta le spalle alla scienza. Eppure, quando si interviene, le morti diminuiscono

valori.it

Caldo, cambiamenti climatici e aria fritta

È tanto sorprendente quanto criminale l’approccio con cui buona parte della classe politica sta affrontando l’ondata di caldo. Anche quest’anno, come l’anno scorso, come accadrà nel prossimo.

 

Fanatici negazionisti dell’emergenza climatica si arrabattano, citano fonti scientifiche tutte loro, guardano il meteo sperando in un calo brusco della temperatura – incuranti dei fenomeni estremi che potrebbero seguire al grande caldo, con esiti ancora più devastanti.

 

Qualcuno si spinge a dire che ci adatteremo al clima caraibico e che sarà mai, non muore mica nessuno! (mentre scrivo l’Oms segnala che in una settimana a partire «dal 21 giugno sono stati registrati più di 1.300 decessi in eccesso legati alle alte temperature in Europa»). E con tutta evidenza non devono essere soltanto le ondate di caldo a preoccuparci ma la tendenza che il loro ripetersi sempre più frequente indica, rispetto allo stato in cui versa il Pianeta.

 

L’espressione “aria fritta” non è mai stata così attuale, sia per definire la situazione che vivono le persone, sia per descrivere le reazioni della classe politica.

 

Intere formazioni politiche di destra e di destra estrema hanno passato anni a deridere gli appelli per il clima, minimizzando la questione energetica e il ricorso a fonti alternative. Nostalgici sostenitori della bellezza del rombo del motore e sicuri dell’inutilità della mobilità elettrica, ripetono come un disco rotto che i ghiacciai si sono sempre fusi, che ha sempre fatto caldo così, che l’inquinamento ci ha resi benestanti e che, insomma, nessuno si azzardi a cambiare modello. Questo va bene eccome.

 

Nemmeno di fronte alle guerre, tra l’Ucraina e Hormuz, passando per Israele e l’Iran, si sono posti le domande necessarie.

 

Il fatto che tutto questo, oltre a mettere a rischio molte vite, stia colpendo il lavoro (si legga Roberto Ciccarelli sul Manifesto), stia esasperando le disuguaglianze – e via con un bel convegno sulla Cooling poverty! – e in prospettiva comporti la riduzione della produttività di un intero continente (diventato caraibico tra le risate scroscianti), sembra non interessare. In nome della competitività non prendiamo decisioni e per questa stessa ragione rischiamo di perdere competitività, ora e soprattutto in prospettiva. Geniale.

 

Anche lo spauracchio dei grandi inquinatori cinesi (perché devo intervenire in Italia quando c’è la Cina che fa quello che le pare?) ha perso sempre più significato, se è vero che Pechino guida la transizione energetica, e se andiamo avanti così dalla nazione asiatica dipenderemo ancora di più, anche per ridurre le conseguenze della nostra pochezza in campo energetico e climatico.

 

 

Quando la politica interviene, le vittime del caldo diminuiscono

 

Peraltro, quando si interviene, le cose migliorano. Lo dimostrano proprio il caldo e l’emergenza che stiamo vivendo in questi giorni. Rispetto al 2003, le misure prese – dalle comunità locali, in particolare – hanno di molto ridotto le conseguenze del calore e le sue vittime, ma sappiamo che la situazione continuerà a peggiorare. E non ci si può certo limitare agli interventi sugli effetti. Però, appunto, se si fa qualcosa, i risultati si ottengono eccome.

 

Ha scritto il Guardian, 27 giugno 2026: «Il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, che all’inizio della settimana aveva avvertito che Londra stava “cuocendo a dismisura”, ha ribadito martedì, durante la Settimana di Londra per l’azione climatica, gli appelli che ormai ripete da anni a smettere di bruciare combustibili fossili. Il giorno successivo, nell’ambito della stessa manifestazione, gli organizzatori di un panel sulla gestione del caldo estremo lo hanno annullato perché faceva troppo caldo. Il giorno dopo ancora, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha consigliato al probabile prossimo primo ministro del Regno Unito, Andy Burnham, di “aprire il Mare del Nord” alle trivellazioni petrolifere e del gas, nonostante gli esperti affermino che si tratti di un bacino maturo in cui almeno il 90% dei combustibili fossili accessibili è già stato utilizzato».

 

Nel frattempo Regioni come il Piemonte si preoccupano soprattutto di “salvare” i diesel euro 5, “sventando” il divieto stabilito per decreto dal governo un anno fa. «C’è una triste inevitabilità in tutto questo, con scienziati come me che si ripetono anno dopo anno», ha affermato Friederike Otto, climatologa dell’Imperial College di Londra. Ed è la stessa sensazione che vivono tutti quelli che rispetto a questi temi che riguardano la nostra stessa sopravvivenza parlano da anni e anni.

 

Ha ragione il quotidiano francese Libération che ha titolato, pochi giorni fa, «Si deve politicizzare la canicola». E si deve, in verità, tornare a politicizzare tutto quanto perché uno dei principali motivi del riscaldamento globale è proprio la sciatteria di una classe politica che prosegue come se niente fosse. E lo fa per ignoranza e per interesse e si dichiara paladina delle fonti fossili per entrambe le ragioni. Una politica irresponsabile che non esercita le proprie funzioni e che per ignoranza e per interesse volta le spalle anche alla scienza.

 

Con un’annotazione in più. Si parla spesso di politica della paura e puntualmente essa è destinata – e orientata, è chiaro – nei confronti dello straniero. Le notti africane però questa volta non si riferiscono all’immigrazione come accade nelle intemerate razziste di quegli stessi esponenti che negano l’emergenza climatica ma alle temperature sempre più alte che si registrano, ormai dappertutto. E questo dovrebbe farci paura e muovere all’azione, anche per migliorare il nostro destino.

 

Lo sosteneva nel 1987 Marguerite Yourcenar: rispetto ai nostri timori collettivi, quello ambientale dovrebbe essere quello primario, «infinitamente più ampio e che va crescendo: quello per la distruzione della Terra stessa» (ora in Se vogliamo provare ancora a salvare la Terra, Einaudi 2026, p. 5).

 

 

Destra, centro e sinistra davanti alla crisi climatica

 

La destra con la propria controffensiva ha imposto una lettura vincente dal punto di vista elettorale, sollevando i cittadini dai “sacrifici” che l’emergenza climatica imporrebbe (come se quelli di cui stiamo parlando in questi giorni non fossero sacrifici, destinati oltretutto a ripetersi! Come se non si potesse fare in modo che le misure per cambiare direzione non le pagassero gli ultimi ma i più ricchi, che secondo ogni statistica inquinano molto di più e che dall’inquinamento traggono maggiore beneficio!). Il messaggio è: niente panico, nessun intervento, nessun cambiamento è davvero necessario, state tranquilli. E come in quella canzone, il capitano dice al mozzo di bordo «Signor mozzo, io non vedo niente. C’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole. Andiamo avanti tranquillamente».

 

Il centro si è subito accodato, dichiarandosi preoccupato non dall’estremismo delle condizioni climatiche ma da quello degli ecologisti, e i governi europei – come la Commissione di Bruxelles stessa – hanno ridotto parecchio lo slancio che li aveva per un momento attraversati, fermandosi di fronte agli interessi di cortissime vedute di ogni categoria e lobby che si presenti alla loro porta. La sinistra, dove è al governo, salvo rare eccezioni, si è spaventata (vedi sopra alla voce paura) e ha continuato a balbettare, mantenendosi sul vago, ricorrendo a astrazioni che hanno ben poco di politico.

 

Lo scriveva ad aprile Paolo Cosseddu su Ossigeno, né pace, né condizionatori, riprendendo il famoso “dilemma” di Draghi.

 

Che la smettano tutti quanti, e che si consideri quella climatica come la sfida della nostra generazione. E che alle prossime elezioni si votino quelli che la prendono sul serio e che sappiano presentarsi con un piano, con i tempi di intervento, con le misure prioritarie e con l’indicazione in neretto di chi sosterrà economicamente gli interventi urgenti e necessari. Perché è una sfida politica a tutto tondo e, insomma, una sfida umana, nel significato più profondo del termine.

 

 

 

Di Giuseppe Civati

Photo: Freepik
 

 

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