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La distanza non poteva essere idealmente più ampia. Da una parte un’Europa che verso metà giugno ha iniziato letteralmente a bollire, sotto i colpi di ondate di caldo che hanno battuto record su record. Dall’altra, i negoziati per il clima che si sono svolti a Bonn l’8-18 giugno in preparazione alla prossima Cop31, che si terrà ad Antalya, in Turchia, dal 9 al 20 novembre. Dove il gelo dell’indecisione ha cristallizzato ancora una volta l’incapacità dei negoziatori di stare al passo con il clima che cambia.
I negoziati “inquinati” dalla politica
I negoziati intermedi sul clima svoltisi in Germania erano identificati dalla sigla SB64 perché era la 64esima sessione in cui si incontravano i due organismi sussidiari dell’Unfccc (la Convenzione quadro dell’Onu si cambiamenti climatici): il Subsidiary Body for Implementation (SBI) e il Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice (SBSTA), il cui ruolo è rispettivamente di assistere la stessa Unfccc nell’implementazione dell’Accordo di Parigi e fornire consulenza su questioni scientifiche. Si tengono a Bonn perché è nella città tedesca che ha sede il segretariato della Convenzione quadro.
Il taglio dei negoziati è sempre stato prettamente tecnico. Ma chi ha partecipato quest’anno ha avuto la netta sensazione che il cuore del dialogo si sia spostato sul livello politico. Probabilmente a causa della situazione internazionale incandescente e in particolare della posizione aggressiva degli Stati Uniti targati Trump. Per ribadire come la pensano, a Bonn gli Stati Uniti non hanno inviato una delegazione. E già nell’ultimo G7 in Francia avevano fatto togliere dal tavolo ogni riferimento al clima. Tutto ciò non poteva non influenzare negativamente l’esito dei negoziati.
Qualche passo avanti nella giusta direzione
Misure di mitigazione e adattamento, finanza climatica, global stocktake (il bilancio da fare ogni cinque anni sull’attuazione dell’Accordo di Parigi), transizione giusta erano fra i principali temi oggetto dei negoziati. Ma per capire se in generale a Bonn siano stati fatti dei passi avanti concreti, si può partire dalla fine. Vale a dire dalla dichiarazione che al termine degli undici giorni di incontri è stata diffusa da Simon Stiell, direttore esecutivo dell’Unfccc.
Il dirigente ha parlato di passi avanti sulla transizione giusta: revisione del programma di lavoro per la giusta transizione, operatività del meccanismo di giusta transizione istituito alla Cop30. Passi avanti anche sull’azione per l’empowerment climatico. Stiell ha lodato anche la presentazione – da parte della presidenza della Cop31 – delle priorità dell’Agenda d’azione in Turchia. Fra esse, l’elettrificazione, con l’obiettivo di aumentare dall’attuale 20% al 35% entro il 2035 la quota globale di fabbisogno energetico finale soddisfatto dall’elettricità. Ma la cifra fondamentale del suo messaggio è lo scoramento.
Ma l’Unfccc denuncia “stallo” e sindrome dello “you-first-ism”
Avvertendo che il mondo non può permettersi di riaprire questioni ampiamente chiuse in precedenza, né di rinegoziare obiettivi esistenti, né tantomeno di fare passi indietro, il responsabile delle Nazioni Unite per il clima ha infatti denunciato tentativi di elusione e momenti di stallo. E ha parlato di quella che si può definire una sorta di sindrome dello “you-first-ism”, cioè del “vai avanti prima tu”. Con gruppi di negoziatori che attendono che qualcun altro faccia il primo passo per decidere di assumere impegni. «Proprio quando abbiamo bisogno che tutti i canali negoziali procedano a ritmo serrato», ha sottolineato con rammatico Stiell.
È questa la distanza siderale cui si accennava. Un’analisi dell’università dell’Aquila e dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del CNR appena pubblicata su “Climate” ha evidenziato un punto di cambiamento significativo nel tasso di aumento delle temperature a partire dal 2013-2014. Con un ritmo circa raddoppiato nell’ultimo decennio rispetto ai precedenti. Da 0,16-0,18 gradi centigradi ogni dieci anni si è passati a 0,34-0,42 gradi. Si dovrebbe correre, insomma, altro che imporre uno stallo.
Al sistema delle Cop serve una scossa, che potrebbe arrivare dal Sud del mondo
All’interno di un quadro del genere, condito da una scarsissima partecipazione dei media – ai livelli più bassi dal 2021, quando però erano attive le restrizioni per il Covid –, per trovare note liete o quanto meno non deprimenti bisogna cercare con il lanternino.
Stando all’autorevole Earth Negotiations Bulletin curato dall’International Institute for Sustainable Development, il risultato forse più importante raggiunto a Bonn è l’accordo sulla scelta di Unep (il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) come sede del Centro per le tecnologie climatiche (Ctc). C’è però chi ha commentato che si è solo esteso in pratica un ruolo che l’Unep già ricopriva.
Segnali positivi, guardando al futuro, sono arrivati dal fatto che sembra funzionare la condivisione della presidenza di Cop31 tra Turchia e Australia, su cui non tutti scommettevano. Anche l’Earth Negotiations Bulletin, tuttavia, ha sottolineato come vi siano state molte difficoltà legate a contestazioni delle regole procedurali e ad accuse reciproche di ostruzionismo. Col risultato che a causa delle molteplici divergenze emerse, su molti punti all’ordine del giorno (ad esempio il Programma di lavoro sulla mitigazione) non è stato neppure possibile definire un documento condiviso da utilizzare come base per proseguire il dialogo. Il che significa che si dovrà ripartire da zero.
Gli attacchi alla scienza climatica
Ma soprattutto, numerose delegazioni hanno denunciato il fatto che alcuni governi hanno perfino messo in discussione le stesse evidenze scientifiche ormai da tempo assodate. Si sono registrati attacchi all’Ipcc, il Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici, massimo organismo scientifico in materia. È stato domandato di ritardare di un anno la presentazione del prossimo rapporto. E proposto di non menzionare più l’obiettivo che punta a limitare la crescita della temperatura media globale a 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali. E, ancora, è stato chiesto di non menzionare il fenomeno di El Niño, che nei prossimi mesi esacerberà le conseguenze del riscaldamento globale. Si è cercato, insomma, di confutare lo stesso impianto su cui si basa la lotta alla crisi climatica. Una situazione inedita e definita grave da molti governi, a partire da quelli europei e dei Paesi più vulnerabili.
I prossimi appuntamenti saranno le riunioni preparatorie verso Cop31 che si terranno a ottobre nelle Fiji e a Tuvalu. Nessuno si fa grandi illusioni, ma ciò potrebbe aiutare a far crescere d’importanza nuovi contesti decisionali internazionali sulle questioni climatiche, non alternativi ma paralleli alle Cop. Come quello della Conferenza internazionale sull’abbandono dei combustibili fossili, citata a Bonn, che ha avuto il suo battesimo a Santa Marta a fine aprile. E terrà la seconda edizione nel 2027 proprio a Tuvalu. La macchina delle Cop sembra ormai girare a vuoto, ha bisogno di una scossa per ripartire e l’impressione è che essa possa arrivare solo dal Sud del mondo.
Di Andrea Di Turi
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Rassegna del 3 Luglio, 2026 |
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