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ISSUE
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wisesociety.it

Dalla fast fashion, col suo forte impatto ambientale e sociale, alle nuove regole europee in materia, fino all'importante ruolo di noi consumatori: incontro con la nota designer e attivista Marina Spadafora, pioniera della moda etica.
Oggi compriamo il 400% di vestiti in più rispetto a quelli che venivano comprati nel 2000. Un trend spinto dalla fast fashion, la moda usa e getta, che spesso, dietro a prezzi molto bassi, nasconde forte impatto ambientale e sfruttamento dei lavoratori, sovente localizzati in Paesi poveri.
Ma la moda può ancora essere sostenibile? E soprattutto, cosa si nasconde davvero dietro il prezzo bassissimo di molti dei capi che acquistiamo ogni giorno?
A queste e a molte altre domande risponde Marina Spadafora, fondatrice dell’omonimo brand, da sempre pioniera della moda sostenibile, che abbiamo incontrato in occasione del Milano Longevity Summit. Designer, attivista, docente di moda etica in accademie italiane e internazionali, ha dedicato la sua carriera a trasformare la moda in uno strumento di responsabilità sociale.
Il costo sociale e ambientale della fast fashion
Domande, quelle a cui risponde la Spadafora nell’intervista, sempre più urgenti in un mondo dove – sia a causa delle strategie di marketing e di prezzo molto aggressive da parte dei brand operanti in questo specifico settore, sia per le oggettive difficoltà economiche che riguardano fasce sempre più estese della popolazione per via della crisi globale – la fast fashion dilaga grazie a un modello produttivo che ha sì rivoluzionato il mercato dell’abbigliamento rendendo i vestiti accessibili a tutti, ma che genera spesso un costo altissimo per il pianeta e per milioni di lavoratori nel mondo.
Fashion Revolution per una moda nuova e più etica
Marina Spadafora è, fra le altre cose, anche coordinatrice nazionale di Fashion Revolution Italia, il movimento internazionale nato dopo il crollo del Rana Plaza in Bangladesh nel 2013, una tragedia che causò oltre mille vittime tra i lavoratori del tessile, che ha l’obiettivo proprio di produrre un cambiamento sostanziale del settore e di aumentare la consapevolezza dei consumatori.
Con lei abbiamo non a caso parlato anche delle nuove regole europee sull’ecodesign e sulla tracciabilità dei prodotti tessili, delle nuove generazioni di designer “circolari”, che guidano la trasformazione sostenibile del settore, e della responsabilità che ciascuno di noi ha in prima persona. Perché la sostenibilità nella moda non riguarda soltanto le aziende o le istituzioni, ma riguarda tutti noi. Ogni acquisto, infatti, può contribuire a cambiare le cose, trasformando un’industria che oggi ha bisogno urgente di nuovi modelli.
di Vincenzo Petraglia
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Rassegna del 3 Luglio, 2026 |
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