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ISSUE
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Alluvioni, tempeste, siccità, fusione di ghiacciai, frane, ondate di calore, incendi, desertificazione: possibile che sia sempre colpa del riscaldamento climatico? La domanda sorge spontanea. La risposta è: sì, ma va spiegato in che modo. Intuitivamente, se c’è a livello globale più energia in circolo dobbiamo aspettarci un intensificarsi dei fenomeni atmosferici. Ma come «attribuire» la causa del singolo evento a una dinamica planetaria?
La scienza dell'attribuzione
Oggi parliamo sempre meno di crisi ambientale, la nostra attenzione è rivolta altrove, ma non per questo le leggi della fisica smettono di funzionare, e quindi dobbiamo attenderci che quegli eventi drammatici si presentino sempre più spesso. Se diciamo che «la frequenza e l’intensità dei fenomeni estremi aumentano in seguito al cambiamento climatico» non è come dire che «il singolo evento è stato causato direttamente dal cambiamento climatico». La distinzione tra una media (o una tendenza) e un evento puntiforme è sottile.
Proviamo ad affrontare il tema con un’analogia. Immaginate il più grande capocannoniere di una certa stagione calcistica, un Ronaldo per intenderci. La sua propensione al gol è altissima e sfiora la media di una marcatura a partita. Ora, il fatto che la media sia così alta è la causa del gol che ha segnato domenica scorsa in campionato? Non esattamente, perché quell’evento puntiforme accaduto in quella partita è stato causato – mettiamo – da una papera del portiere, da un assist geniale di un compagno, dalla difesa debole degli avversari, e così via. Quelle sono le cause prossime, puntiformi, specifiche dell’evento. Tuttavia, il fatto che un calciatore abbia una media di un gol a partita rende molto probabile che farà gol anche domenica prossima. Se per due giornate non segna e alla partita successiva fa una tripletta, la media è rispettata ugualmente. Quindi, un allenatore che incontra la squadra di quel giocatore farà bene a prendere adeguate contromisure tattiche.
Ora torniamo al clima. Alcuni commentatori, nel gennaio 2025, hanno per esempio affermato che gli incendi devastanti di Los Angeles non c’entravano nulla con la «religione del clima», essendo stati causati dai venti caldi, dai piromani, dai barbecue californiani e dalla rete elettrica difettosa. Ovviamente queste sono tutte possibili cause di innesco del singolo rogo, ma ciò non toglie che le condizioni al contorno in California (come in Canada, Australia, Siberia) siano oggi modificate dal riscaldamento climatico antropico al punto tale da rendere gli incendi più frequenti, più intensi e catastrofici. Come ha scritto John Vaillant documentando il terribile incendio del 2016 a Fort McMurray in Alberta e intervistando centinaia di esperti: «In tutta la storia del genere umano non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio».
«In tutta la storia del genere umano non c’è mai stato un momento migliore di questo per essere un incendio»
Un pianeta più caldo: la nuova normalità
Dunque è sbagliato affermare che quell’evento estremo non ha nulla a che fare con il riscaldamento climatico. Gli studi statistici di attribuzione (come quelli del progetto World Weather Attribution diretto dalla scienziata del clima di Oxford Friederike Otto) negli ultimi vent’anni hanno raggiunto altissimi livelli di robustezza. Gli studiosi mettono insieme un’enorme mole di dati (i dati fisici e climatici di lungo periodo, lo storico dei dati meteo in una regione, i dati attuali, i dati sull’evento estremo accaduto, i dati sul territorio e sulla popolazione, mappature satellitari dopo il disastro, etc.) e simulano due mondi alternativi: uno in cui non esiste il riscaldamento climatico antropico e uno in cui esiste. Se si scopre che nel mondo senza riscaldamento climatico uno o più eventi estremi (un incendio colossale, un’ondata di calore abnorme, un’alluvione) sarebbero stati pressoché impossibili, mentre adesso si presentano con maggiore frequenza e intensità, allora significa che il riscaldamento climatico ha avuto un’incidenza nell’aumentarne la probabilità (che si può anche quantificare).
Insomma, nella nuova normalità di un pianeta più caldo di un grado e mezzo, ciò che prima era del tutto improbabile diventa possibile. Lo stesso vale per un’inondazione in Pakistan e per una siccità in Madagascar, ma qui la «scienza dell’attribuzione» diventa più complessa perché oltre alla media bisogna considerare anche l’esposizione e la vulnerabilità al rischio, che sono molto diverse da paese a paese. Come argomenta la stessa Friederike Otto in Ingiustizia climatica- , il riscaldamento globale ha smesso da tempo di essere una questione tecnica e scientifica (da almeno mezzo secolo sappiamo cosa sta accadendo al pianeta) ed è ormai un problema eminentemente politico e sociale.
Il riscaldamento globale ha smesso da tempo di essere una questione tecnica e scientifica ed è ormai un problema eminentemente politico e sociale.
Cosa ci dice la scienza del clima
L’aumento antropogenico dell’effetto serra si traduce infatti in «pericoli naturali« per le popolazioni umane, ma la dimensione naturale finisce qui: il resto è dato dal «grado di esposizione» a quel pericolo di ciascuna popolazione e dalla sua «vulnerabilità», cioè il grado di fragilità con cui affronta quel pericolo. Lo o evento natstessurale può colpire una regione ben attrezzata e fare pochi danni, o diventare devastante in un paese povero e malmesso. Chi è più fragile oggi nel mondo non può stipulare alcuna assicurazione contro i fenomeni atmosferici (i cui costi stanno lievitando, come previsto), vive in abitazioni di fortuna senza isolamento termico, non ha piani di informazione e prevenzione, non ha infrastrutture, non ha assistenza sociale né un servizio sanitario pubblico funzionante. Inoltre, i gruppi più vulnerabili, anche nei paesi ricchi, sono le persone anziane, i bambini, i malati di patologie pregresse, chi soffre di isolamento sociale, chi lavora a lungo all’aperto. Le ondate di calore colpiscono nel mondo molto di più i paesi poveri e, al loro interno, assai più le donne degli uomini.
Come sostiene l’attivista nigeriana Adenike Titilope Oladosu, citata da Otto: «Se l’Africa non è un luogo sicuro, allora neanche l’Europa lo è. Nessun luogo è sicuro». Quindi non esiste alcuna «religione del clima», ma una scienza del clima che ci sta dicendo verità scomode. In sintesi, il nostro attuale comportamento collettivo è all’incirca questo: dobbiamo giocare contro Ronaldo, sappiamo quanto è forte, conosciamo la sua media di realizzazione, eppure gli mettiamo contro un difensore scarso, e quando segna diamo la colpa all’arbitro.
Quindi non esiste alcuna «religione del clima», ma una scienza del clima che ci sta dicendo verità scomode.
Telmo Pievani
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Rassegna del 3 Luglio, 2026 |
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