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ISSUE 443

La qualità dell’aria in Ue migliora, ma la Pianura Padana resta tra le aree più inquinate

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La qualità dell’aria in Ue migliora, ma la Pianura Padana resta tra le aree più inquinate

La qualità dell’aria in Europa continua a migliorare, grazie alla progressiva riduzione delle emissioni nei trasporti, nell’industria e nel riscaldamento domestico. Ma il quadro resta tutt’altro che uniforme: accanto ai segnali positivi, il nuovo Rapporto di valutazione sulla qualità dell’aria in Europa pubblicato dal Servizio di monitoraggio atmosferico di Copernicus – il servizio di punta dell’Ue per l’osservazione della Terra – evidenzia aree dove l’inquinamento rimane persistente, a partire dalla Pianura Padana.

 

Il nuovo rapporto del Copernicus Atmosphere Monitoring Service si concentra sui principali inquinanti regolati dalla direttiva europea sulla qualità dell’aria ambiente: ozono, biossido di azoto, particolato PM10 e PM2,5. L’andamento generale è incoraggiante, ma non cancella le criticità locali né gli episodi su larga scala che possono verificarsi quando alle emissioni si sommano condizioni meteorologiche sfavorevoli.

 

Dal 2015, nell’Unione europea, le emissioni di ossidi di zolfo e ossidi di azoto sono diminuite in media del 3-5% l’anno. Particolarmente rilevanti le riduzioni nell’industria, dove le emissioni di SOx sono calate del 59% e quelle di NOx del 39%, e nel trasporto su strada, che ha ridotto del 40% gli NOx e del 34% il PM2,5.

 

Sono risultati che mostrano l’efficacia delle politiche di contenimento delle emissioni: nonostante il proseguimento dell’attività economica, in Europa le emissioni stanno sempre più dissociandosi sia dalla produzione industriale sia dalla domanda di mobilità. Ma questo non basta a garantire ovunque condizioni di aria salubre.

 

«L’Europa continua a compiere progressi costanti nel miglioramento della qualità dell’aria grazie agli sforzi sostenuti volti a ridurre le emissioni provenienti dai trasporti, dall’industria, dal riscaldamento domestico e da altri settori chiave», dichiara Laurence Rouil, direttrice del Cams: «Allo stesso tempo, il nostro rapporto evidenzia e spiega le situazioni in cui la combinazione di emissioni e condizioni meteorologiche può ancora innescare episodi significativi su larga scala con superamenti dei valori limite fissati per la tutela della salute e dell’ambiente».

 

Il cambiamento climatico contribuisce a complicare ulteriormente il quadro. Secondo il rapporto European State of the Climate 2025, lo scorso anno è stato il terzo più caldo mai registrato in Europa, con forti differenze regionali. Temperature elevate, irraggiamento solare intenso e aria stagnante hanno favorito la formazione di ozono durante l’estate, mentre la siccità prolungata ha contribuito ai grandi incendi boschivi in alcune aree dell’Europa meridionale.

 

Anche le fasi fredde possono avere un impatto negativo: condizioni inferiori alla media stagionale, associate alle emissioni degli impianti di riscaldamento, hanno favorito durante l’inverno concentrazioni più elevate di particolato.

 

Nonostante la qualità dell’aria stia migliorando negli ultimi decenni, l’Italia resta il Paese Ue dove si contano più morti per inquinamento atmosferico: in base ai dati più aggiornati messi in fila dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea), da solo l’inquinante più pericoloso – ovvero le polveri sottili Pm2,5 – miete ogni anno 182.399 vite nell’Ue; all’ozono troposferico (O3) sono attribuiti invece 62.676 morti, mentre al biossido di azoto (NO2) 34.179 decessi.

 

Per guardare al bicchiere mezzo pieno, dal 2005 al 2023, mentre il Pil cresceva del 32%, i decessi prematuri attribuibili al Pm2.5 sono scesi del 57% nell’Ue e pure in Italia, anche se molto meno (il dato si ferma a -43,4% nello stesso periodo), restando lontanissima dai limiti tracciati dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Risultato? L’Italia conquista ancora il triste primato del Paese Ue con più morti l’anno da inquinamento atmosferico: 43.083 da Pm2.5, 11.230 da O3, 9.064 da NO2.

 

Anche se non ce ne accorgiamo, l’inquinamento atmosferico uccide infatti in molti modi: cardiopatie ischemiche in primis, ma anche cancro al polmone, ictus, diabete mellito, broncopneumopatia cronica ostruttiva. Oppure introduce a malattie invalidanti, come la demenza.

 

I settori dove sarebbe più urgente intervenire, per lenire gli impatti sulla salute, sono già chiari. Sappiamo infatti da dove arriva l’inquinamento atmosferico: le principali fonti di provenienza per le polveri sottili sono riscaldamento degli edifici, allevamenti e trasporti stradali; per il biossido d’azoto, il traffico veicolare; per l’ozono, trasporto su strada, riscaldamento e produzione di energia. E sappiamo anche dove agire: l’area più inquinata – e tra le più inquinate d’Europa – è la Pianura Padana. Cosa manca? La volontà politica di agire, e salvare vite. Tant’è che i nuovi limiti sull’inquinamento atmosferico, che entreranno in vigore nel 2030, restano lontanissimi e ad oggi difficilmente raggiungibili, dato che nel Paese stanno rallentando i miglioramenti sulla qualità dell’aria.

 

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