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ISSUE 433

PFAS: dal Veneto parte la proposta di divieto in tutta Italia, già 129 comuni favorevoli

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PFAS: dal Veneto parte la proposta di divieto in tutta Italia, già 129 comuni favorevoli

Dall’epicentro del disastro ambientale causato dalla ex fabbrica Miteni, il Veneto lancia una battaglia nazionale per la messa al bando dei PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”. Una vasta coalizione di associazioni, riunita nel coordinamento Rete Zero Pfas Veneto, sta infatti promuovendo in tutte le regioni una mozione per chiedere al Parlamento di vietare produzione, commercializzazione e uso di queste sostanze. L’iniziativa, partita due anni fa, ha già raccolto l’adesione formale di 129 amministrazioni comunali, con l’obiettivo di invertire un paradigma che troppo spesso antepone gli interessi industriali alla salute delle persone e alla tutela dell’ambiente.

 

La campagna, che vede in prima linea le Mamme No Pfas, Legambiente, ISDE e Italia Nostra, muove dalla drammatica esperienza del territorio veneto, dove la contaminazione della falda interessa tre province (Vicenza, Verona e Padova) coinvolgendo circa 350.000 utenti degli acquedotti. La strategia è quella di costruire un’ampia pressione dal basso, partendo proprio dai consigli comunali delle zone più colpite. L’azione si è concretizzata con l’invio di un testo di mozione ai municipi: un’opera di persuasione che nella sola provincia di Verona ha portato all’approvazione del documento in 95 comuni su 98, grazie al contatto diretto con sindaci e amministratori. Oltre ai consigli comunali, hanno aderito i consigli regionali del Veneto, del Piemonte e dell’Umbria, nonché le province di Verona e Vicenza. «Entriamo in una nuova fase, a livello nazionale, per identificare un comune in ogni regione d’Italia dove portare in approvazione la mozione», hanno annunciato i promotori, evidenziando come il problema dei PFAS sia erroneamente considerato limitato ad alcune aree, mentre la diffusione è ormai capillare in tutto il territorio.

 

La spinta dal basso arriva in un momento critico dal punto di vista normativo. Dal 13 gennaio 2026 sono infatti entrati in vigore i primi limiti europei sui PFAS nelle acque destinate al consumo umano. Tuttavia, come denunciano le Mamme No Pfas, «il percorso intrapreso resta estremamente lento e insufficiente». Con la Legge di Bilancio 2026, il Governo ha infatti introdotto una proroga di sei mesi per l’applicazione di due misure più restrittive: il limite di 20 ng/L per i quattro PFAS più pericolosi e il monitoraggio di sei molecole ADV associate allo stabilimento di Spinetta Marengo, in Piemonte, dove un impianto gestito per anni dalla multinazionale belga Solvay ha lasciato un’impronta tossica nelle acque e nei terreni della zona. In questo scenario, le associazioni ribadiscono con forza l’insufficienza dei soli limiti. In una nota, le Mamme No Pfas evidenziano come si stia creando un perverso meccanismo di gestione permanente: «Il principio “Chi inquina paga” viene ribaltato in “I cittadini pagano per essere stati inquinati”». E aggiungono: «Le aziende produttrici mantengono i profitti derivanti dall’uso dei PFAS, l’industria della filtrazione guadagna vendendo i sistemi per rimuoverle e il cittadino è l’unico attore che perde». La richiesta è una scelta politica chiara: vietare la produzione e l’uso dei PFAS, a partire dagli utilizzi non essenziali.

 

Sul fronte delle istituzioni e degli organismi tecnici si registrano iniziative parallele: i Vigili del Fuoco, attraverso il Coordinamento USB, hanno chiesto accesso agli atti relativi a studi epidemiologici e alle forniture di dispositivi e schiumogeni antincendio, per verificare la presenza di PFAS nei materiali in uso e le procedure di smaltimento adottate. Nelle richieste compaiono, tra gli altri, i protocolli di ricerca, le metodologie analitiche e i capitolati tecnici legati ai DPI e agli schiumogeni; una mossa che mira a chiarire rischi occupazionali e responsabilità amministrative.

 

Nel giugno 2025, una sentenza storica ha chiuso in primo grado uno dei più gravi casi di inquinamento ambientale mai registrati in Italia, con le condanne comminate a undici ex dirigenti della Miteni di Trissino (Vicenza) per il disastro provocato dai PFAS. Per decenni essi hanno contaminato le acque e i territori delle province di Vicenza, Verona e Padova, mettendo a rischio la salute di oltre 350mila persone. Le pene inflitte superano di vent’anni le richieste dell’accusa, arrivando complessivamente a 141 anni di carcere contro i 121 chiesti dalla Procura. Sono stati disposti risarcimenti a oltre 300 parti civili: 58 milioni al ministero dell’Ambiente, 6,5 milioni alla Regione Veneto, 800mila euro ad Arpav, oltre a Comuni ed enti. Nel frattempo, le aziende ritenute responsabili dell’inquinamento sono state incaricate di predisporre un piano per la messa in sicurezza del sito: il progetto dovrà assicurare che «l’acqua che uscirà dal sito avrà le stesse caratteristiche dell’acqua potabile», oltre che definire modalità e tempi delle operazioni di gestione e bonifica.

 

Stefano Baudino

 

Photo: GREEN PEACE

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