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ISSUE 440

A Bruxelles il primo biomonitoraggio per misurare la presenza di PFAS in neomamme e donne incinta

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A Bruxelles il primo biomonitoraggio per misurare la presenza di PFAS in neomamme e donne incinta

L’invito è puntuale, e non ha nulla di simbolico. Il 9 giugno, al Parlamento europeo di Bruxelles, si svolgerà una giornata di biomonitoraggio allo scopo di rilevare le concentrazioni di inquinanti PFAS nel sangue di un gruppo di neomamme e donne in gravidanza. L’iniziativa mira a rilevare la quantità di TFA (acido trifluoroacetico) uno dei PFAS maggiormente nocivi e tra i meno studiati a livello continentale, ritenuto un interferente endocrino capace di alterare il naturale funzionamento del sistema ormonale con conseguenze gravi sulla salute. Lo screening permetterà finalmente di fare luce sulle conseguenze che l’inquinamento degli PFAS – composti chimici sintetici altamente inquinanti derivanti dalla produzione industriale che, in Italia, hanno contaminato terreni e acque di larga parte della pianura padana – ha sulla maternità e potenzialmente sulle future generazioni. L’Iniziativa è stata promossa da un’europarlamentare italiana, Cristina Guarda, di Alleanza Verdi-Sinistra, ed è aperta alle iscrizioni di tutte le future mamme che vorranno aderire.

 

Dietro l’iniziativa c’è una tesi politica che Guarda non smette di ripetere. «Finché in Europa continueranno a costruire una narrazione in cui la situazione non è così grave e i PFAS non sono così pericolosi – dice nell’invito diffuso sui suoi canali – chi ci invita a fare più figli spesso poi continua ad avvelenarci». E poi il dato che ricorre come una sentenza: «Solo nei cordoni ombelicali ci sono 42 tipi di PFAS. Non può essere una nostra responsabilità. Deve diventare una nostra lotta, però».

 

Il TFA è una frontiera scientifica e regolatoria ancora aperta. Sottoprodotto della degradazione di numerosi pesticidi e gas refrigeranti fluorurati, è stato a lungo considerato innocuo. Le ricerche più recenti lo collocano invece tra gli interferenti endocrini sospetti, e le sue tracce vengono rilevate ovunque: acque potabili, piogge, vini europei, sangue umano. La giornata di biomonitoraggio prova a tradurre questa diffusione in dati pubblici, costruendo una mappa del corpo che è anche una mappa politica.

 

L’iniziativa si inserisce in un percorso parlamentare che procede in parallelo. Il 22 aprile l’eurodeputata ha depositato un’interrogazione prioritaria in cui chiede alla Commissione di chiarire la propria definizione di “uso industriale” e “uso da parte dei consumatori” dei PFAS. La questione è tutt’altro che terminologica: secondo le stime dell’Agenzia europea dell’ambiente citate dalla stessa Guarda, oltre il 99% dei volumi di PFAS riguarda la produzione industriale, e meno dello 0,2% gli articoli destinati al consumatore finale. Da come Bruxelles fisserà questi due perimetri dipende dove si concentreranno davvero le restrizioni e dove, invece, resteranno larghi margini di manovra per le aziende.

 

Su L’Indipendente abbiamo dedicato ampio spazio al dossier PFAS sul numero del mensile pubblicato ad aprile, ricostruendo la geografia della contaminazione italiana ed europea, le responsabilità industriali, i ritardi della politica e gli enormi danni alla salute certificati da anni di studi scientifici. In quell’inchiesta avevamo intervistato proprio Guarda, raccogliendo un giudizio severo sulla gestione del caso Veneto, terra che la conosce da vicino: è di Lonigo, uno dei comuni più colpiti dalla contaminazione legata all’ex stabilimento Miteni. «Senza l’Europa non sapremmo niente e continueremmo a bere acqua piena di PFAS», ci aveva detto, denunciando il tentativo di trattare il disastro come un’emergenza locale «per non urtare le sensibilità del mondo industriale».

 

Da quella stessa esperienza nasce anche la cifra personale dell’iniziativa del 9 giugno. Nelle stesse pagine, Guarda raccontava di aver vissuto «come cittadina contaminata» e di aver conosciuto «l’impossibilità di riuscire ad avere una figlia» fino alla scoperta di una condizione che poteva essere influenzata proprio dalla presenza di interferenti endocrini. Da qui un argomento ricorrente: «È inutile che mi venga chiesto come donna di impegnarmi per fare figli, se poi l’ambiente in cui vivo è contaminato da sostanze chimiche che non soltanto sono cancerogene, ma sono dannosissime per il sistema di sviluppo del bambino fin dall’età fetale». La campagna di biomonitoraggio è il prolungamento concreto di quel ragionamento: nessuna politica per la natalità è credibile se non parte dalla salubrità dell’ambiente in cui si decide di mettere al mondo un figlio.

 

Il modello, in fondo, è già stato collaudato in Veneto dalle Mamme No PFAS, che da anni tengono accesi i riflettori sulla contaminazione anche grazie ai dati raccolti sui propri corpi e su quelli dei figli. Spostare quella logica dentro le stanze del Parlamento europeo significa avanzare un’ipotesi precisa: che la prova della contaminazione non sia un argomento di dibattito tecnico, ma un fatto biologico misurabile, scritto sulla pelle di chi quei figli li sta mettendo al mondo. Ogni provetta che arriverà al laboratorio sarà un dato in più per costringere Bruxelles a guardare in faccia ciò che da troppo tempo preferisce non vedere.

 

Neomamme, donne incinte o anche solo donne che hanno in progetto di fare un bambino possono ancora effettuare domanda per partecipare allo screening scrivendo all’indirizzo mail scrivimi@cristinaguarda.it. Spese di viaggio, alloggio e analisi saranno coperte dall’iniziativa promossa dall’eurodeputata veneta di Alleanza Verdi e Sinistra.

 


Di Mario Catania

Foto: Freepik

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