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ISSUE 441

Che ne è dei nostri abiti dismessi?

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Che ne è dei nostri abiti dismessi?

Fashion for Good, la piattaforma globale no-profit con sede ad Amsterdam che promuove l’innovazione nella moda sostenibile connettendo startup, brand, produttori e investitori, ha pubblicato i primi risultati del progetto Sorting for Circularity Rewear.

 

Obiettivo del Project Rewear è mappare e analizzare i flussi reali dell’abbigliamento di seconda mano, per valutare i materiali scartati dai consumatori e seguire cosa succede davvero ai rifiuti tessili post-consumo.

 

A questo scopo sono stati coinvolti operatori dello smistamento tessile, raccogliendo dati su grandi volumi di abiti selezionati e classificati per stato, tipologia e motivo della dismissione.

Lo studio ha sfatato l’idea che i capi abbandonati siano sempre danneggiati o usurati: la grande maggioranza degli abiti scartati è ancora indossabile, ma non è più “di moda”.

 

Nella decisione di dismettere il capo hanno quindi prevalso aspetti estetici e soggettivi, ritenuti dal consumatore sufficienti per estromettere l’articolo dal proprio guardaroba.

I ricercatori hanno esaminato 8.280 capi in quattro Paesi europei: Spagna, Lituania, Olanda e Polonia. Il 37% non presentava alcun danno.

 

Per la filiera del riuso e del riciclo si conferma quindi la possibilità di sviluppare business circolari.

La preparazione al riutilizzo dei capi, come pulizia, rimozione del pilling e riparazione, rimane però un’attività marginale perché i costi spesso superano i potenziali profitti.

 

Nel progetto pilota europeo, solo 18 articoli su 164 hanno raggiunto un margine positivo dopo la riparazione.

La riparazione è attualmente economicamente sostenibile solo per categorie di alto valore, come i capispalla, mentre molti interventi di economia circolare risultano ancora finanziariamente poco fattibili.

 

Il rapporto ha rilevato anche una notevole mancanza di trasparenza nella classificazione dei prodotti tessili durante l’esportazione.

Gli articoli vengono spesso spediti con il codice HS 6309, relativo all’abbigliamento usato, per evitare normative più severe in materia di rifiuti, anche quando sono di scarsa qualità o culturalmente inadatti al Paese di destinazione.

 

Nel mercato di Kantamanto, in Ghana, l’86,5% dei capi campionati da balle importate come “riutilizzabili” presentava in realtà qualche tipo di danno.

Questo trasferisce il rischio finanziario e l’onere ambientale della gestione dei rifiuti dal Nord del mondo alle comunità riceventi.

 

Interessanti anche le osservazioni sul valore offerto dalle tecnologie avanzate nei processi di gestione dell’usato.

Lo smistamento automatizzato tramite intelligenza artificiale può aumentare la produttività del 40% e spostare più materiali nelle categorie di alto valore, come “vintage” o “cream”.

 

Questo potrebbe aumentare il profitto per un’azienda di smistamento di medie dimensioni da zero a 6,5 milioni di euro.

Piattaforme come Save Your Wardrobe possono ridurre i tempi di consegna post-vendita da 21 giorni a 3 giorni, aiutando i marchi a integrare la riparazione come servizio strategico fondamentale, invece che come semplice “accessorio” periferico di sostenibilità.

 

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