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ISSUE 441

La discarica blu: negli ultimi 40 anni la spazzatura in mare è raddoppiata

Ogni anno si disperdono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. Mettendo a rischio interi ecosistemi. Ecco cosa stanno facendo governi e Ong per consegnare acque pulite alle generazioni future

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La discarica blu: negli ultimi 40 anni la spazzatura in mare è raddoppiata

È ancora possibile preservare i nostri oceani e fiumi dall’inquinamento da plastica? Secondo le stime più recenti, ogni anno si disperdono in mare almeno 8 milioni di tonnellate di materiale polimerico. L’accumulo progressivo dei detriti rappresenta una trasformazione strutturale degli ambienti marini, con conseguenze ecologiche ed economiche di lungo periodo.

 

Nel 1997, nel cuore dell’Oceano Pacifico, è stata scoperta la prima e più grande isola di plastica al mondo, ribattezzata “Great Pacific Garbage Patch”. Non è l’unica: i ricercatori hanno individuato cinque grandi punti di accumulo, due nel Pacifico, due nell’Atlantico e uno nell’Oceano Indiano.

 

Secondo i dati delle Nazioni Unite, l’inquinamento della plastica in mare è raddoppiato dagli anni Ottanta e oggi colpisce centinaia di specie, tra cui tartarughe marine, uccelli marini e mammiferi acquatici.

 

 

All’origine del problema

 

Gli oceani sono una risorsa fondamentale per il pianeta: assorbono parte dell’anidride carbonica prodotta dalle attività umane e contribuiscono alla regolazione della temperatura terrestre. Per questo vengono spesso definiti il “polmone blu” della Terra.

Tuttavia pesca eccessiva, inquinamento e cambiamento climatico stanno riducendo la capacità degli ecosistemi marini di svolgere queste funzioni.

Una parte importante dei rifiuti plastici che raggiungono il mare proviene dai fiumi. Secondo uno studio pubblicato su Science Advances, circa l’80% della plastica fluviale dispersa negli oceani è riconducibile a circa mille fiumi.

Non si tratta solo dei grandi corsi d’acqua: anche fiumi piccoli o medi, soprattutto in aree densamente popolate, contribuiscono in modo significativo all’inquinamento marino.

Il fenomeno è particolarmente evidente nel Sud-Est asiatico, dove urbanizzazione rapida, forte consumo di plastica monouso e sistemi di gestione dei rifiuti insufficienti aggravano il problema.

 

In Indonesia, secondo maggiore inquinatore di plastica degli oceani dopo la Cina, molti corsi d’acqua trasportano quotidianamente grandi quantità di rifiuti fino al mare.

A questo si aggiunge il trasferimento di rifiuti plastici da Paesi ad alto reddito verso Paesi con Pil pro capite più basso, come Indonesia, Thailandia e Vietnam, con ulteriore pressione sui sistemi locali di smaltimento.

A Bali sono state individuate più di 350 discariche illegali, mentre situazioni simili si riscontrano anche in diverse aree dell’Africa, dove crescita urbana e carenza di infrastrutture favoriscono la dispersione dei rifiuti.

Un esempio è la discarica di Mbessus, in Senegal, una delle più grandi del mondo: pur essendo riconosciuta dallo Stato, non dispone di infrastrutture adeguate per una gestione sostenibile dei rifiuti.

 

Anche le discariche prive di sistemi efficaci di contenimento possono diventare fonti indirette di inquinamento marino, soprattutto nelle zone costiere.

Un’altra fonte importante è rappresentata dalle “reti fantasma”, attrezzature da pesca abbandonate o perse in mare. Composte da materiali sintetici, possono persistere per decenni, intrappolando e ferendo numerose specie e degradandosi lentamente in frammenti plastici sempre più piccoli.

 

 

Le iniziative dal basso

 

Negli ultimi anni sono state sviluppate diverse strategie per contrastare l’inquinamento da plastica. Poiché gran parte dei rifiuti plastici arriva agli oceani attraverso corsi d’acqua e fiumi, molte organizzazioni ambientaliste lavorano per intercettarli prima che raggiungano il mare.

Sungai Watch, per esempio, individua le principali fonti di inquinamento e posiziona barriere nei punti più critici dei corsi d’acqua, così da trattenere la plastica e facilitarne la rimozione.

 

Un caso particolarmente rilevante è The Ocean Cleanup, organizzazione che ha sviluppato tecnologie avanzate per la rimozione della plastica dagli ambienti acquatici. È stata la prima realtà a rimuovere plastica dalla Great Pacific Garbage Patch.

Nel 2018 è stato lanciato il Sistema 001, una barriera galleggiante a forma di U. Successivamente, nel 2022, l’organizzazione ha sviluppato il Sistema 03, una versione più efficiente per la pulizia della grande isola di plastica del Pacifico.

Per i fiumi, The Ocean Cleanup ha presentato nel 2019 l’Interceptor Original, una piattaforma galleggiante automatizzata alimentata a energia solare, capace di raccogliere i rifiuti e immagazzinarli per il riciclo.

 

Ogni interceptor può rimuovere grandi quantità di rifiuti al giorno e l’organizzazione ha studiato i fiumi più inquinanti per individuare i punti migliori in cui posizionare questi dispositivi.

Secondo i dati aggiornati a dicembre 2025, nel solo 2025 sono state rimosse 25mila tonnellate di rifiuti da ambienti fluviali e marini. Complessivamente, dall’inizio delle attività, The Ocean Cleanup ha rimosso circa 45mila tonnellate di rifiuti.

L’obiettivo dell’organizzazione è rimuovere il 90% della plastica galleggiante entro il 2040, combinando intercettazione nei fiumi, raccolta negli oceani e bonifiche costiere.

 

Durante la conferenza delle Nazioni Unite sugli oceani del 2025, The Ocean Cleanup ha annunciato anche un programma che coinvolge trenta città in Asia e nelle Americhe per migliorare la rimozione della plastica negli ambienti marini.

 

 

Cosa fanno le istituzioni

 

Le iniziative delle Ong sono fondamentali, ma rappresentano solo una parte della risposta. Negli ultimi anni la cooperazione internazionale ha assunto un ruolo sempre più centrale.

La Our Ocean Conference, nata nel 2014, riunisce governi, organizzazioni internazionali, settore privato, Ong e mondo accademico per promuovere impegni concreti nella tutela degli ecosistemi marini.

 

Nel corso delle varie edizioni sono stati assunti migliaia di impegni e stanziate risorse economiche per contrastare l’inquinamento da plastica, la pesca illegale e il cambiamento climatico.

Un ruolo importante è svolto anche dagli accordi internazionali, come il Global Plastics Treaty, avviato nel 2022 dall’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente e ancora in fase di negoziazione, con l’obiettivo di affrontare l’intero ciclo di vita della plastica.

 

In Europa sono state approvate norme vincolanti sulla plastica. Tra queste c’è la Direttiva SUP, in vigore dal 2021, che vieta alcuni prodotti in plastica monouso come cotton fioc, piatti, bicchieri e cannucce.

Dal 12 agosto 2026 entreranno inoltre in vigore le disposizioni del nuovo regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, pensato per ridurre imballaggi e rifiuti e favorire il passaggio a un’economia circolare.

 

Anche in Italia sono state introdotte misure specifiche. Nel 2022 è entrata in vigore la legge Salvamare, che consente ai pescatori di raccogliere i rifiuti accidentalmente pescati e portarli a terra senza costi o sanzioni, favorendone il corretto smaltimento e riciclo.

Sempre in Italia è stato avviato il progetto Ghostnets, dedicato alla rimozione delle reti fantasma, tra le principali minacce per la fauna marina.

 

L’inquinamento da plastica è una delle sfide ambientali più urgenti e complesse del nostro tempo. Le soluzioni già adottate stanno producendo risultati concreti, ma non bastano interventi isolati.

Servono tecnologie innovative, politiche più rigorose, cooperazione internazionale e un cambiamento nei comportamenti quotidiani. Preservare oceani e fiumi non è solo una responsabilità ambientale, ma una condizione essenziale per garantire il futuro degli ecosistemi e delle nuove generazioni.

 

 

di Lavinia Laurenzi

Photo: AGF

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