La Newsletter di ESO
ISSUE 441

Crisi climatica: perché è diventato così difficile prevedere dove cadrà la pioggia?

Il riscaldamento globale non solo aumenta le temperature, ma stravolge la pioggia. Tra modelli matematici in crisi e l'effetto "caos" dell'atmosfera più calda, capire dove e quanto pioverà è la nuova sfida.

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Crisi climatica: perché è diventato così difficile prevedere dove cadrà la pioggia?

Una lacuna appena individuata nei modelli climatici potrebbe spiegare perché, in un mondo in cui il clima e il meteo sono sempre più sorvegliati speciali, le piogge localizzate restino ancora così difficili da prevedere.

Una ricerca pubblicata su Nature rivela che gli attuali modelli climatici sottostimano l’effetto che le attività umane, come le emissioni di gas a effetto serra, stanno avendo sulle circolazioni atmosferiche su larga scala, ossia sui venti che “decidono” dove le piogge si scaricheranno.

La scoperta potrebbe contribuire a formulare proiezioni più attendibili sulle precipitazioni locali, che influenzano raccolti, riserve idriche e produzione energetica, e che i cambiamenti climatici stanno rendendo meno prevedibili.



I venti, tallone d’Achille dei modelli

Un gruppo di scienziati dell’Università di Oxford e del Politecnico Federale di Zurigo, ETH, ha analizzato i dati sulla distribuzione delle piogge invernali nell’emisfero settentrionale dal 1950 al 2022 e ha constatato che, mentre i modelli climatici attuali sono diventati molto efficaci nel prevedere in che modo un’atmosfera resa più calda dalle emissioni antropiche trattenga più umidità, non sono stati altrettanto “al passo” nel capire come questi stessi cambiamenti abbiano influito sulla circolazione atmosferica.

L’esperienza ci mostra che, con i cambiamenti climatici, le piogge stanno diventando sempre più intense e meno regolari, spesso intervallate da lunghi periodi di siccità.

Per anticipare con maggiore accuratezza dove le piogge si riverseranno, occorre tenere conto di due processi chiave: gli effetti termodinamici, quelli legati cioè a calore e umidità, come il fatto che un’atmosfera più calda trattiene più umidità e che questo rende le piogge più intense; e gli effetti dinamici.

Questi ultimi riguardano la circolazione dei fiumi d’aria ad alta velocità che scorrono ad alta quota, come le correnti a getto, che controllano la distribuzione delle precipitazioni.



Le ragioni dell’incertezza

I ricercatori hanno usato metodi statistici e modelli climatici avanzati per separare queste due componenti. Confermando, così, che se i modelli climatici riescono a catturare in modo preciso come i processi termodinamici cambiano in risposta alle attività umane, sono meno affidabili nel rappresentare i cambiamenti indotti sulle circolazioni atmosferiche.

Nel Sud dell’Europa, per esempio, i modelli climatici riescono a simulare oggi appena il 10% dell’andamento delle piogge guidato dalle circolazioni atmosferiche.

Alla base di questa difficoltà c’è il fatto che le circolazioni atmosferiche possono variare in modo naturale e spontaneo nel corso degli anni, in una maniera imprevedibile e che potrebbe far parte di un cambiamento a lungo termine.

A questo bisogna aggiungere che i modelli climatici potrebbero sottostimare la risposta dei modelli di circolazione dei venti ai cambiamenti climatici indotti dall’uomo.

Proprio l’incertezza tra oscillazioni naturali e cambiamenti indotti rende difficile capire se una qualunque alterazione rilevata in una corrente in quota sia soltanto una variazione naturale o sia stata causata dalla crisi climatica, e quanto durerà.

Questo finisce per rendere le proiezioni su scala locale meno affidabili, anche quando il quadro globale su piogge intense e siccità appare chiaro.

 


Di Elisabetta Intini
Photo Jacques Giraud, Getty Images

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