27/02/2026
Economia Circolare ne ha scritto di recente ad esempio a proposito degli obiettivi di contenuto riciclato indicati dalla direttiva SUP sulla plastica monouso, per raggiungere i quali la Commissione UE riconoscerà probabilmente solo la plastica riciclata made in UE, con grande soddisfazione dei riciclatori di plastica nostrani. Ma il “made in UE” sta diventando uno dei criteri guida della Commissione (e per le imprese), in risposta al protezionismo statunitense. C’è però chi sostiene che la strategia industriale europea dovrebbe dare priorità alla sostenibilità rispetto alle semplici regole di origine “Buy European”. Perché “concentrarsi su come vengono realizzati i prodotti, e non solo su dove, rafforzerebbe la competitività, stimolerebbe l’innovazione e posizionerebbe l’UE come leader industriale globale nella produzione sostenibile e socialmente responsabile”. È questa la posizione dello European Environmental Bureau, che col rapporto “Made with EU Green Criteria. Why ‘Buying Sustainable’ can future-proof EU industry” interviene nel cuore del dibattito europeo sul “Buy European”, proponendo una linea chiara: non basta privilegiare l’origine geografica dei prodotti, occorre premiare la sostenibilità ambientale e sociale lungo l’intera catena del valore (e chissà cosa ne pensano i citati riciclatori).
Un cambio di paradigma per alzare l’asticella: non dove, ma come
L’EEB ha chiarissimo il contesto: aumento dei costi energetici e delle materie prime, sovraccapacità globale, competizione internazionale e pressioni per introdurre clausole di contenuto locale negli appalti pubblici. Ma la risposta, si legge nel documento, non può essere puramente protezionistica: “Non si tratta solo di dove vengono realizzati i prodotti, ma anche di come vengono realizzati”.
Per garantire un ecosistema industriale e agricolo “a prova di futuro, l’UE deve rimanere aperta alle innovazioni sostenibili che possono andare oltre i requisiti di origine”. Se si scegliesse l’innalzamento degli standard ambientali e sociali in tutto il mercato come bussola della competitività, ne deriverebbe “una crescita della domanda per una produzione verde, circolare e socialmente responsabile”. Per questo le politiche “Buy European” dovrebbero essere “legate ai più elevati standard di sostenibilità e sociali, che premiano i leader industriali e agricoli puliti, non i ritardatari locali”.
I limiti del made in UE e il ruolo degli appalti pubblici
In realtà, l’Unione europea ha già avviato strumenti che privilegiano produzioni più sostenibili, indipendentemente dall’origine. Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), ricordato nel rapporto, introduce un prezzo del carbonio sui prodotti importati per evitare il “carbon leakage”, la rilocalizzazione produttiva verso paesi in cui le emissioni di carbonio non sono tassate come un Europa. Analogamente, la normativa sulla progettazione ecocompatibile (ESPR) imporrà requisiti ambientali a tutti i prodotti immessi sul mercato europeo.
Il documento mette in guardia si rischi di una preferenza basata solo sulla provenienza europea. Due le principali problematicità. In primo luogo, privilegiare la provenienza rispetto alle prestazioni sulla sostenibilità potrebbe distrarre dal raggiungimento degli obiettivi ambientali, rendendo le imprese europee in qualche modo più pigre.
In secondo luogo, sostiene l’associazione ambientalista, avrebbe ripercussioni sulla leadership dell’UE nel panorama commerciale mondiale, “creando ulteriore incertezza rispetto ai prodotti che ancora dipendono dalle importazioni”.
Il rapporto EEB propone di fare un passo ulteriore: integrare sistematicamente criteri ambientali e sociali negli appalti pubblici, che rappresentano circa il 15% del PIL dell’UE, oltre 2.000 miliardi di euro l’anno: “Integrare le normative UE sui prodotti (ad esempio, il regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, la legislazione settoriale, gli strumenti volontari come il marchio Ecolabel UE) con le strategie di approvvigionamento per promuovere una trasformazione industriale sistemica”.
Perché gli appalti pubblici permettono criteri basati sulle prestazioni ambientali, compatibili con l’Accordo sugli Appalti Pubblici (GPA) del WTO. E poi consentono interventi mirati su settori strategici (rinnovabili, acciaio verde, cemento a basse emissioni, agroecologia), riducendo anche i rischi legali e reputazionali legati a misure apertamente discriminatorie sull’origine.
Preferenze locali avranno senso solo per i prodotti provenienti interamente da filiere corte, tenendo conto della stagionalità, ove pertinente, e della produzione priva di sostanze tossiche.
Sostenibilità come criterio principe
Non solo Buy European non può, secondo EEB, essere il criterio guida, ma siccome “la forza dell’UE risiede nella sostenibilità, non nel protezionismo”, proprio la sostenibilità ambientale e sociale dovrebbe essere “il principio organizzativo primario di qualsiasi quadro preferenziale dell’UE”. L’obiettivo, quindi, sarebbe estendere gradualmente politiche di “buy sustainable” a tutti gli appalti pubblici, includendo anche i prodotti importati, purché rispettino standard elevati.
Il rapporto insiste sulla necessità di accelerare i requisiti di prestazione ambientale attraverso l’ESPR e la normativa settoriale, allineandoli alla neutralità climatica e agli obiettivi di inquinamento zero. “L’Unione europea diventa competitiva e più resiliente non escludendo gli altri, ma innalzando gli standard e consentendo al mondo di trarne vantaggio”.
Per questo, si legge, sarà importante anche “promuovere l’allineamento internazionale con partner che condividono gli stessi principi in materia di clima, diritti sociali e circolarità, al fine di rafforzare la cooperazione e ridurre le perdite”.
Direttiva plastica monouso e contenuto riciclato made in UE
Ho evocato più volte i riciclatori UE e il vincolo made in Europe che la Commissione sta per approvare per gli obiettivi di contenuto riciclato della direttiva sulla plastica monouso (SUPD). Su questa questione EEB non ha ancora espresso una posizione. Sentita da EconomiaCircolare.com l’associazione ribadisce che la priorità va data ai risultati ambientali, non alla geografia. Una scelta sulla priorità da riconoscere a questo o quel prodotto, precisa EEB, non può prescindere dalla trasparenza, per tutti i materiali secondari e non solo per la plastica: è essenziale quindi disporre di informazioni chiare e verificabili su qualità dei materiali, qualità ambientale e sociale dei processi, impronta ambientale della produzione. In base a queste informazioni poi, si potrebbero far valere strumenti regolatori per garantire condizioni di parità, come le clausole speculari (mirror clauses: “se vuoi vendere nel mercato europeo, devi rispettare le stesse regole ambientali degli operatori UE, anche se produci fuori dall’Europa”).
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