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ISSUE 447

Cambiamento climatico: il sistema di correnti oceaniche collasserà attorno al 2060?

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Cambiamento climatico: il sistema di correnti oceaniche collasserà attorno al 2060?

Non tutto è irreversibile. Questo è il messaggio che emerge da uno studio che parrebbe portare cattive notizie, ma che in realtà racchiude una lezione ben più articolata sulla natura stessa della crisi climatica: non è solo il grado di riscaldamento a minacciare i sistemi del pianeta, ma la velocità con cui arriviamo a quel riscaldamento.

René van Westen, l'esperto che aveva già coordinato una ricerca sul rischio di collasso dell'AMOC nel 2024, è tornato con uno studio ancora più preciso pubblicato su Nature. E i risultati sfidano una narrazione semplicistica: l'AMOC — il capovolgimento meridionale della circolazione atlantica, quel gigantesco nastro trasportatore che porta acqua calda dai tropici all'Artico — potrebbe teoricamente sopravvivere a un riscaldamento anche oltre i 5 °C. Purché arrivi lentamente.

Ma al ritmo attuale? Collassa a soli 2 °C. E questo potrebbe accadere intorno al 2060.

Perché l'Europa non può permettersi di perdere l'AMOC

Quando si parla di AMOC, i numeri diventano personali. Non è solo una corrente oceanica astratta: è il motore che fa sì che l'Europa occidentale abbia inverni ragionevolmente miti, mentre il Canada e la Siberia, alle stesse latitudini, affrontano freddi estemi.

Se l'AMOC collassasse, le temperature in gran parte del Vecchio Continente crollerebbero di 10-30 °C. Non sarebbe uno scomodo raffreddamento — sarebbe un capovolgimento climatico puro, paradossale e devastante: mentre il resto del pianeta continua a riscaldarsi, l'Europa sperimenterà un congelamento brutale causato proprio dal riscaldamento globale.

È il paradosso che rende urgente questa ricerca. Non perché il destino sia segnato, ma perché ancora non lo è.

Tre velocità, tre destini

Lo studio di van Westen ha modellato tre diversi scenari, differenziati esclusivamente dalla velocità di aumento della concentrazione di CO2. Nel primo scenario, la CO2 saliva di appena 0,5 parti per milione ogni anno — il ritmo lentissimo, quasi immaginario. Nel secondo, cinque volte più veloce. Nel terzo, dieci volte più veloce: il ritmo attuale del nostro mondo.

I risultati sono stati netti. Nel primo scenario, l'AMOC rimaneva stabile anche oltre i 5 °C di riscaldamento. Ma nel terzo, quello che stiamo effettivamente vivendo, il collasso arrivava già intorno ai 2 °C.

Perché questa differenza? La risposta è nella fisica dell'acqua: quando il riscaldamento è veloce, le acque superficiali si riscaldano e perdono densità molto più rapidamente di quelle profonde. Questo crea una stratificazione troppo rigida, uno smantellamento dei meccanismi di mescolamento che tengono insieme il sistema. È come togliere la spina che fa girare una pompa: il flusso muore.

Il paradosso che salva

Eppure questo studio contiene una speranza raramente articolata così chiaramente. Se la velocità è il problema, allora ridurre bruscamente le emissioni potrebbe salvare l'AMOC — non necessariamente raggiungendo il net-zero, ma semplicemente rallentando. Demolendo il mito che le cose siano lineari, che cioè servono zero emissioni nette per salvarsi.

Se le emissioni globali fossero drasticamente ridotte domani, il sistema avrebbe il tempo di adattarsi, di mescolarsi, di ritrovare equilibrio. È la differenza tra togliere gradualmente il tappo da una vasca e strapparla via di colpo.

Non è una scusa per inazione. È il riconoscimento che questa crisi ha delle leve molto specifiche — e che usarle con precisione, adesso, potrebbe ancora evitare il punto di non ritorno che una volta attraversato non ammette rimedi.

Il 2060 non è domani, ma in un'ottica climatica è un battito di ciglia. Vuol dire che la finestra per rallentare bruscamente è ancora aperta, anche se stretta.

 

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