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ISSUE
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La siccità è un debito che paghi molto tempo dopo aver smesso di soffrire la sete. Questo è il messaggio scomodo che emerge da una nuova ricerca del CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), uno studio che per la prima volta calcola il prezzo reale, economico e prolungato, di una siccità. E il prezzo è molto più alto di quello che scrivono i bollettini quando mancano le piogge.
Non arriva con il colpo più duro nell'anno della crisi. Arriva negli anni successivi, quasi silenziosamente, attraverso gli investimenti che non vengono fatti, le aziende che rinunciano a espandersi, i posti di lavoro che non nascono nemmeno.
Quando i conti arrivano, arrivano in ritardo ma non vengono dimenticati
Marta Mastropietro, ricercatrice dell'European Institute on Economics and the Environment all'interno del CMCC, ha coordinato lo studio con una precisione che nessun'altra ricerca aveva raggiunto fino ad ora. Per la prima volta, gli economisti del clima hanno analizzato l'impatto economico complessivo, settore per settore, con un'elevata risoluzione. Non le stime generiche. I dati effettivi.
Partendo dalla siccità che ha colpito l'Europa tra il 2015 e il 2018 — un periodo caratterizzato da estati eccezionalmente calde e secche, non viste negli ultimi quattro secoli — Mastropietro e il suo team hanno calcolato le perdite cumulate di PIL pro capite: il 2,72% in meno per l'Europa. In denaro sonante, significa 439 miliardi di euro perduti. Non un anno. Quattro anni. E oltre.
Ma c'è un secondo numero, ancora più disturbante: la siccità di quegli anni ha azzerato circa 5,8 milioni di posti di lavoro. Non erano posti che non sono stati creati: erano posti che sarebbero potuti esistere, se il contesto economico non fosse stato paralizzato dalla carenza d'acqua.
Il meccanismo invisibile della recessione idrica
Qui arriva la rivelazione che cambia il quadro. L'agricoltura — il settore visibilmente più colpito — subisce il colpo immediato più forte. Ma recupera relativamente in fretta, in due o tre anni. Assicurazioni, adattamento delle colture, aggiustamento dei prezzi: il settore ha meccanismi di resilienza.
Il vero danno, invece, arriva in settori che all'inizio non sembrano toccati: l'edilizia, il manifatturiero, gli investimenti a lungo termine. Perché? Perché un imprenditore che vede la siccità arrivare, che sente il disagio idrico toccare la collettività, non si mette a costruire una nuova fabbrica. Non amplia le operazioni. Non investisce in infrastrutture. Aspetta. E mentre aspetta, gli anni passano.
Il risultato è che mentre la crisi idrica riduce il PIL pro capite di circa lo 0,2 punti percentuali nell'immediato, le perdite salgono a 0,5-1 punto percentuale considerando un orizzonte di sei anni e oltre. È l'economia che si parallelizza a se stessa, perché l'incertezza climatica diventa incertezza di mercato.
I Paesi che hanno subìto i contraccolpi più pesanti raccontano la storia di questa gerarchia di sofferenza: il Lussemburgo ha perso 9,20 punti percentuali di crescita del PIL pro capite, il Belgio 6,64, la Germania 6,34, la Repubblica Ceca 5,32. Non coincidenza geografica — sono stati i Paesi dove l'incertezza ha fatto paralizzare gli investimenti più pesantemente.
L'Italia e il prezzo che non vediamo
L'Italia durante quella siccità 2015-2018 ha registrato una perdita di 1,45 punti percentuali di crescita del PIL per abitante. In numeri che reggono il confronto internazionale: circa 24,3 miliardi di euro. E 330.000 posti di lavoro in meno.
Ma questo era con le temperature ancora relativamente gestibili. Se il mondo si riscaldasse di 2 gradi Celsius in più rispetto all'epoca preindustriale — una soglia che l'Europa sta quasi già raggiungendo, visto che negli ultimi 5 anni il continente si è scaldato di 2,5 gradi — le perdite per l'Italia raddoppierebbero. Salirebbe a 3,99 punti percentuali di perdita, significa circa 74 miliardi di euro. E 960.000 posti di lavoro in meno. Non è un aumento lineare. È esponenziale. La siccità non scala direttamente con la temperatura: peggiora più rapidamente.
Quando la geografia della sofferenza diventa geopolitica
Se la situazione si aggravasse, i Paesi del Mediterraneo e del Sud Europa sarebbero fra i più vulnerabili. La Spagna rischierebbe perdite di 7,69 punti percentuali, la Grecia 5,52, il Portogallo 5,99. E non sarebbero soli. Bulgaria, Serbia, Montenegro e Macedonia del Nord — Paesi che nel 2015-2018 erano toccati in modo marginale dalla siccità — inizierebbero a soffrire in modo devastante. È la geometria dell'acqua che traccia le linee del collasso economico. E il collasso economico crea instabilità politica, emigrazione, pressioni sulle risorse che rimangono.
L'unica leva che conta davvero
Massimo Tavoni, che insegna economia del cambiamento climatico al Politecnico di Milano e ha contribuito allo studio, articola il messaggio che gli economisti del clima stanno cercando di far arrivare ai governi: gli effetti persistenti della siccità sono spesso maggiori nei settori non agricoli. Questo significa che l'adattamento da solo — fare pozzi più profondi, coltivare varietà resistenti alla siccità — non è abbastanza.
Servono interventi finanziari e fiscali che stabilizzino il mercato dei capitali, che sostengano gli investimenti produttivi negli anni successivi agli eventi climatici estremi. Serve, cioè, la capacità di uno stato di assorbire lo shock e trasmetterlo con regolarità all'economia.
Ma — e questo è il messaggio finale del CMCC, quello che nessun adattamento può cambiare — la misura preventiva più efficace rimane una sola: il rispetto degli obiettivi di mitigazione. Mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi Celsius.
Non perché sia più "pulito" o "virtuoso". Ma perché ogni grado che aggiungiamo moltiplica i costi in modo non lineare. Il prezzo della siccità non è che paghi più caro lo stesso bene. È che i beni cominciano a non esistere nemmeno, e allora il prezzo diventa irrilevante.
Perché non c'è economia se non c'è acqua.
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Rassegna del 28 Agosto, 2026 |
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