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ISSUE 447

Quando la biodiversità ritorna solo se la lasciamo in pace

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Quando la biodiversità ritorna solo se la lasciamo in pace

Una lezione semplice ma profonda viene dal Norfolk settentrionale, dove un campo abbandonato ha dimostrato che talvolta per salvaguardare la natura basta non fare nulla. Nel 2005, la famiglia Sayer cessò di coltivare colza in due ettari di terreno difficile da drenare. Da allora, nessun aratro ha solcato quella terra. Nessun seme commerciale è stato sparso. Nessun intervento di "restauro" è stato intrapreso. Solo uno sfalcio annuale, come si usava un secolo fa.


Oggi, quel campo — ribattezzato Sayer's Meadow — ospita oltre 150 specie vegetali e migliaia di orchidee selvatiche ogni estate. Un'oasi di biodiversità che attira i residenti lungo sentieri informali tracciati dai loro stessi passi.


Undici anni di osservazione scientifica


Il geografo Carl Sayer dell'University College London ha documentato questa trasformazione insieme al padre Derek e ai colleghi Peter Robinson e Jan Axmacher. Per undici anni, dal 2011 al 2022, il gruppo ha censito le piante del campo ogni due o tre stagioni, concentrandosi su parcelle di un metro quadrato.


I risultati sono inequivocabili: il numero medio di specie per parcella è raddoppiato, passando da circa dieci a quasi venti. Nel primo decennio sono comparse specie localmente rare come l'orchide palustre meridionale, la carice a cespo e la centaurea comune. Ha fatto la sua comparsa anche la cresta di gallo minore, una pianta semiparassita che indebolisce le graminacee e crea spazio per i fiori più delicati — gli inglesi la chiamano "meadow maker", la pianta che fa il prato.


Un dettaglio affascina gli stessi ricercatori: alcune di queste specie non crescevano in nessun campo nel raggio di circa cinque chilometri. L'ipotesi più plausibile è che i semi siano arrivati incastrati negli zoccoli o nel pelo dei cervi di passaggio, un'osservazione che dice ben più sulle strategie naturali di dispersione che su qualunque piano di ripristino scritto a tavolino.


La critica alle politiche standard di restauro


Lo studio mette in discussione le pratiche convenzionali di restauro ecologico finanziate da governi e agenzie ambientali europee. Il metodo standard prevede miscele di sementi commerciali, spesso non locali, capaci di produrre rapidamente quelli che alcuni conservazionisti chiamano "McMeadow" — un riferimento poco lusinghiero alla standardizzazione e alla scarsa qualità McDonald's.


Prati fioriti generici, dominati sempre dalle stesse margherite bianche e dallo stesso fiordaliso viola, risultano identici da una sponda all'altra dell'Europa, dal Galles alla Slovenia. Il rischio sottolineato dagli autori è di erodere proprio quella diversità genetica locale che il termine biodiversità dovrebbe proteggere.


Carl Sayer non usa giri di parole: «Non dovremmo affidarci più spesso alla pazienza, invece che alla bustina di semi?»


Un approccio minimalista ma efficace


Nel Regno Unito, i prati fioriti hanno subito una contrazione superiore al 90% dal secondo dopoguerra. Le superfici agricole abbandonate non mancano, e i governi le guardano ormai come terreno di caccia per i piani di ripristino della biodiversità.


Lo studio non sostiene che seminare sia sempre sbagliato: dove non esistono popolazioni di piante native nei dintorni, la natura da sola fatica a riprendersi. Ma prima di spendere risorse significative in sementi e macchinari, vale la pena chiedersi se un pezzo di terra lasciato in pace, con una gestione minima, non possa compiere da solo gran parte del lavoro.


Oggi, il campo ospita anche una coppia di barbagianni, che cacciano sopra l'erba alta. Carl Sayer, che ha ereditato il progetto dal padre, non ha dubbi: «È la cosa di cui vado più fiero in tutta la mia vita».


La lezione per i giardini di casa


Il principio vale anche fuori scala, negli spazi più intimi. Non serve necessariamente un ettaro nel Norfolk: basta un angolo di prato non sfalciato ogni settimana, qualche pianta spontanea lasciata crescere invece che estirpata, foglie secche non sempre raccolte.


Meno ordine e meno pesticidi significano più margine perché api, farfalle e piccola fauna trovino un rifugio. Non tutti i giardini diventeranno un santuario di orchidee, ma il principio rimane quello dimostrato dalla ricerca: a volte il gesto più efficace per la biodiversità è non fare nulla, e avere semplicemente la pazienza di aspettare.
 

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