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ISSUE
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ilsole24ore.com

La finanziarizzazione dell'economia non è un fenomeno nuovo, ma negli ultimi vent'anni ha compiuto una trasformazione radicale. Non è più un acceleratore di crescita economica diffusa, bensì uno strumento di concentrazione. Negli Stati Uniti, il 10% più ricco cattura il 47% del reddito nazionale — il livello più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nel frattempo, le prime cinque società Big Tech americane valgono insieme 16.400 miliardi di dollari, una cifra che rivaleggia con l'intero Pil della Cina.
L'intelligenza artificiale amplifica la concentrazione di potere
L'emergere dell'intelligenza artificiale ha accelerato ulteriormente questo processo. Chi controlla i dati e le infrastrutture cattura rendite di posizione che i mercati normali non produrrebbero. È un fenomeno che segue una logica ferrea: il capitale attrae capitale, la scala richiama scala, il potere chiama potere. Il risultato è una concentrazione senza precedenti di reddito, dati e potere decisionale.
Trump e la vendita del potere presidenziale
Il caso di Donald Trump rappresenta forse il paradosso più eclatante di questa epoca. Un presidente in carica lancia una criptovaluta, firma decreti per costituire una riserva strategica di Bitcoin e vende ai fondi di investimento l'accesso anticipato ai propri annunci tramite un abbonamento a 100mila dollari al mese. I suoi messaggi spostano indici finanziari e valute mondiali. Esperti di diritto finanziario hanno descritto questa pratica come "insider trading per definizione".
Il potere presidenziale è stato trasformato in un asset finanziario in vendita per abbonamento. La distinzione tradizionale tra arbitro e giocatore è dissoluzione.
L'estinzione dell'imprenditore autentico
Il capitalismo finanziario ha espulso l'imprenditore nel significato classico del termine. Secondo Cantillon, era colui che assume il rischio trasferendo risorse verso usi incerti. Per Marshall, era l'organizzatore delle forze produttive. Per Schumpeter, era il distruttore creativo. In tutte queste tradizioni, pur molto diverse, esiste un elemento comune: l'imprenditore non è semplicemente un proprietario, bensì colui che "fa accadere qualcosa".
Al suo posto si è insediato il gestore di rendite. Non crea valore condiviso, semplicemente estrae e ottimizza posizioni preesistenti. È una figura che ricerca il profitto massimo senza assumersi rischi reali.
Le "imprese generative" confutano la falsa dicotomia
Un'analisi condotta da Unioncamere Emilia-Romagna su 200mila aziende italiane tra il 2015 e il 2024 rivela un fenomeno significativo chiamato "grande divergenza" post-pandemica. Tra 2019 e 2024, i profitti per addetto sono cresciuti del 12%, mentre i salari reali si sono contratti del 5%.
Tuttavia, emerge una minoranza: le cosiddette "imprese generative". Rappresentano il 6,2% del campione e fanno crescere simultaneamente profitti, salari, occupazione e investimenti. Queste aziende non sono semplicemente "più buone", sono più capaci. Confutano completamente la falsa dicotomia tra equità ed efficienza.
Un fattore generazionale decisivo
Il dato più interessante è generazionale. I CEO under 40 registrano profitti crescenti del 27% con salari quasi stabili (calo dell'1%), mentre i CEO over 65 mostrano profitti +10% ma salari in calo del 6%. La differenza di 135 punti nell'indice di civismo aziendale non è una questione di valori etici, ma di modello organizzativo sottostante.
La lezione di Olivetti e Harmel
Questo non è un'invenzione contemporanea. Adriano Olivetti comprese che l'imprenditore è un soggetto civile prima che economico. Léon Harmel, industriale tessile del XIX secolo, lo riassunse in una formula ancora provocatoria: "tutto per l'operaio e per mezzo dell'operaio". Non era filantropia, bensì un modello competitivo in cui la fioritura del lavoratore rappresentava un fattore produttivo strutturale dell'azienda.
Il purpose washing: quando la sostenibilità diventa marketing
Il purpose aziendale contemporaneo non è sbagliato per concetto, ma è stato svuotato di significato. I manifesti valoriali, i report di sostenibilità e le certificazioni ESG rimangono sulla superficie. Non toccano la struttura di potere, non modificano i criteri che misurano il successo aziendale. Diventano "purpose washing" — un'arma reputazionale per un capitalismo che ha rinunciato a creare valore condiviso per concentrarsi sull'estrazione di rendite.
Il purpose deve vivere in governance e contratti
Restituire al purpose la sua integrità significa riportarlo dove realmente nasce: nella governance, nei contratti, nei parametri che rendono la fioritura umana una variabile competitiva credibile e strutturale. I paradossi dell'economia contemporanea non si risolvono con più sostenibilità declamata.
Si risolvono recuperando l'imprenditore nella sua accezione originale: colui che crea valore reale e risponde di quel processo con la propria reputazione. Un capitalismo senza imprenditori produce oligarchi. La scelta su quale economia vogliamo costruire rimane aperta, ma il tempo per farla non è infinito.
Negli ultimi vent'anni la finanziarizzazione dell'economia ha smesso di generare crescita diffusa per diventare strumento di concentrazione, come dimostra il caso di Trump, che ha trasformato il potere presidenziale in un asset finanziario vendibile. Al posto dell'imprenditore classico, che assumeva rischi e creava valore, si è affermato il "gestore di rendite" che si limita a estrarre e ottimizzare posizioni esistenti.
Un'analisi di Unioncamere Emilia-Romagna su 200mila aziende italiane rivela però l'esistenza di "imprese generative" (6,2% del campione) capaci di far crescere insieme profitti, salari e occupazione, smentendo la dicotomia tra equità ed efficienza; significativo anche il dato generazionale, con i CEO under 40 più virtuosi rispetto agli over 65. Il testo conclude che la vera soluzione non sta nel "purpose washing" dei report ESG, ma nel recuperare l'imprenditore autentico, capace di integrare il valore sociale nella governance e nei contratti aziendali.
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Rassegna del 28 Agosto, 2026 |
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