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ISSUE
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Sapevamo chi erano i nemici della foresta. O almeno, credevamo di saperlo. Per anni abbiamo raccontato di tronchi caduti, di pascoli creati sulla cenere degli alberi, di soia per animali che non vedremo mai. Era una storia lineare, quasi prevedibile: l'uomo taglia, la foresta retrocede. Ma una ricerca del World Resources Institute appena pubblicata dice che il racconto è cambiato, e che il cambiamento è accaduto molto più velocemente di quanto gli insegnamenti convenzionali permettevano di prevedere.
Negli ultimi cinque anni, il vero nemico dei polmoni verdi del pianeta non è più la motosega. È il fuoco.
La foresta intatta non è una curiosità scientifica
Prima di parlare di quello che la distrugge, importa capire di cosa stiamo parlando. Una foresta intatta non è semplicemente un bosco grande: è uno spazio minimo di 50 mila ettari, largo almeno 10 chilometri, dove gli ecosistemi funzionano come un sistema autosufficiente e completo. Sono rare. Incredibilmente rare. E straordinariamente concentrate: la Russia ne contiene il 20 percento, il Brasile il 12, il Canada l'8,5.
Queste foreste non sono museo della natura. Sono infrastruttura climatica pura. Immagazzinano quantità di carbonio tre volte superiore rispetto alle foreste fragmented non intatte. Regolano le precipitazioni, riducono le inondazioni, ospitano oltre la metà dei vertebrati terrestri del pianeta. Sono il flusso di ossigeno e il serbatoio di carbonio di tutti noi, anche per chi vive a migliaia di chilometri di distanza.
Tra il 2000 e il 2025, ne abbiamo persi il 15 percento. Sono 195 milioni di ettari — un'area grande quanto il Messico — semplicemente scomparsa.
Il cambio di nemico, il ritmo che accelera
Qui arriva il dato che cambia il quadro. Nel primo decennio e mezzo (2000-2013), gli artefici principale della distruzione erano noti: il disboscamento, che forniva legname e spazi per pascoli, e l'agricoltura, che trasformava le terre in campi di soia o palma da olio. Era una storia di scelta economica consapevole, quasi leggibile nei decreti ministeriali e negli schemi di profitto.
Ma tra il 2020 e il 2025, gli incendi sono diventati responsabili del 40 percento delle perdite forestali intatte. Non tempeste, non malattie che uccidono gli alberi, non processi naturali — incendi. E non il fuoco incontrollato di una foresta vergine che si autodifende: questi roghi si concentrano nelle zone frammentate, vicino ad aree agricole, infrastrutture, siti di disboscamento, attività minerarie. Ovvero, dove l'impronta umana ha già iniziato il lavoro di disgregazione.
Il riscaldamento globale è il co-autore invisibile di questa storia: crea condizioni più calde e secche, che trasformano i fuochi controllati in inferni che si estendono incontrollati.
E c'è di più. La deforestazione non sta rallentando. Sta accelerando. Nel 2000-2013 si perdevano 7,1 milioni di ettari all'anno. Nel 2014-2025, la media è salita a 9,4 milioni. Quasi il 33 percento in più di ritmo di distruzione.
Il nuovo volto dell'estrazione: petrolio, gas, oro nel cuore della foresta
Mentre gli incendi hanno occupato la prima pagina, dietro le quinte è accaduto qualcosa di ancora più inquietante. Le attività estrattive — petrolio, gas naturale, oro — sono diventate sempre più aggressive. La Russia estrae idrocarburi nella Siberia con infrastrutture che, fino a pochi anni fa, sarebbero state proibitivamente costose da costruire. Ora quelle strade aprono la foresta a un prelievo di legname che avrebbe potuto aspettare decenni. Nel Sud America, l'espansione dell'estrazione dell'oro sta creando ferite ancora più profonde.
È l'effetto domino della frammentazione: una volta che la foresta ha una strada, ha perduto la sua integrità. Può essere sfruttata.
I numeri della perdita hanno geografia e volti
Negli ultimi cinque anni, la Russia ha perso 53 milioni di ettari di foresta intatta. Il Brasile 33 milioni. Il Canada 29 milioni. Non sono cifre astratte per geografi: sono le zone dove i popoli indigeni vivono, dove il ciclo dell'acqua si mantiene stabile, dove il carbonio rimane sepolto e non tornato in atmosfera.
La Romania ha perso tutta la sua foresta intatta dal 2013. Il Paraguay ne ha perso l'81 percento dal 2025. Le Isole Salomone, il Laos, la Repubblica Centrafricana, il Nicaragua, l'Honduras, la Liberia, la Guinea Equatoriale: più della metà delle loro foreste intatte, sparite.
C'è però un'eccezione che vale la pena notare: il Sud-Est asiatico e l'Australia hanno invertito la tendenza. La deforestazione è calata lì rispettivamente del 51 e del 90 percento. Non per casualità, ma per scelta di politica forestale e protezione.
Proteggere, non restaurare
Qui risiede il vero insegnamento della ricerca. Una foresta intatta, una volta alterata, non si ricostruisce con facilità. I complessi ecosistemi che contiene — i funghi, gli insetti, i cicli idrici, le relazioni tra le specie — sono straordinariamente difficili da ristabilire. La protezione preventiva non è un'opzione dolce: è l'unica opzione che funziona.
Oggi solo il 37 percento delle foreste intatte gode di qualche forma di protezione legale. Se il tasso di riduzione all'interno delle aree protette è inferiore della metà rispetto al resto, significa che il perimetro della protezione ha effetto. Il compito è allargarlo.
Un meccanismo che comincia a muoversi è il Tropical Forest Forever Facility, un sistema di finanza climatica brasiliano dove i profitti degli investimenti — circa 4 miliardi di dollari l'anno — vengono distribuiti come incentivi ai Paesi ricchi di foreste tropicali, purché mantengano il tasso annuo di deforestazione sotto lo 0,5 percento. Selezionare chi riceve finanziamenti in base a chi protegge significa trasformare la finanza in guardian.
Una finestra che si chiude lentamente
Se il panorama fosse rimasto quello del 2000 — agricoltura e disboscamento come cause principali — la soluzione sarebbe stata prevedibile, quasi confortante: replicare i modelli virtuosi del Sud-Est asiatico e dell'Australia, ed è fatta. Ma il cambio di nemico verso i roghi accelerati dal caldo, l'espansione dell'estrazione mineraria verso il cuore della foresta, la frammentazione che trasforma le aree intatte in patchwork vulnerabili — questi sviluppi dicono che stiamo entrando in una fase diversa, dove la protezione deve diventare molto più attiva, molto più rapida.
La ricerca del World Resources Institute non racconta una storia dove la sconfitta sia inevitabile. Racconta una storia dove il tempo rimane, ma dove l'indecisione si trasforma velocemente in azione mancata. Proteggere le foreste intatte oggi vuol dire evitare di doverle ricostruire domani — un compito che, semplicemente, non sappiamo fare.
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Rassegna del 28 Agosto, 2026 |
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