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Rifiuti: le prime direttive europee

06/02/2017

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Ripercorriamo brevemente la nascita delle direttive in materia di rifiuti

 

Le prime direttive europee in materia di rifiuti risalgono alla seconda metà degli anni '70: nel 1975 la direttiva sui rifiuti; nel 1976 la direttiva sullo smaltimento dei policlorobifenili e dei policlorotrifenili; nel 1978 la direttiva relativa ai rifiuti tossici e nocivi. In Italia, la prima legge nazionale sui rifiuti è il Decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1982, n. 915. Con questo Decreto per rifiuto si intende qualsiasi sostanza od oggetto derivante da attività umane o da cicli naturali, abbandonato o destinato all'abbandono.

Si definisce anche la prima classificazione dei rifiuti che li distingue in solidi urbani, speciali, tossici e nocivi. Inoltre si afferma anche il principio comunitario "chi inquina paga": chi produce il rifiuto è responsabile anche del suo smaltimento e vengono stabilite le competenze dello Stato, delle Regioni, delle Province e dei Comuni.

Altra legge in materia di rifiuti è il Decreto Legislativo 5 febbraio 1997, n. 22, il Decreto "Ronchi", che recepisce tre direttive europee: la 91/156/CE sui rifiuti, la 91/689/CE sui rifiuti pericolosi e la 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio. Questo Decreto individua delle nuove strategie per la gestione dei rifiuti riconducibili alla cosiddetta "strategia delle 4 R". Le 4 R stanno per: riduzione, riutilizzo, raccolta differenziata e recupero energetico.

- Riduzione: si intende una riduzione della produzione di rifiuti attraverso una migliore progettazione dei prodotti sul mercato e attraverso l'abbattimento dei residui nel ciclo di produzione.
-Riutilizzo: si intende l'acquisizione di alcune pratiche come il vuoto a rendere, l'utilizzo della sporta di stoffa per la spesa con conseguente eliminazione dei sacchetti di plastica, l'acquisto di prodotti sfusi e di pile ricaricabili.
- Raccolta differenziata: si intende la separazione dei rifiuti per poterli poi riutilizzare come materie prime.
- Recupero energetico: si intende che la combustione di questi rifiuti può essere utilizzata per produrre energia attraverso gli inceneritori.

Il Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, "Norme in materia ambientale", conosciuto come Testo Unico Ambiente, abroga il Decreto Ronchi. Esso equipara il recupero energetico a quello di materia e dà una definizione di rifiuto (art. 183): "Il rifiuto è qualsiasi sostanza od oggetto, di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l'obbligo di disfarsi." La classificazione dei rifiuti (art. 184) avviene in base a due parametri: l'origine e la pericolosità. In base all'origine si distinguono rifiuti urbani (sono quelli di origine domestica e urbana) e rifiuti speciali (sono quelli artigianali, industriali, commerciali, sanitari, agricoli, ecc.). In base alla pericolosità si distinguono rifiuti pericolosi e non pericolosi.

Il Decreto rappresenta quindi, la normativa di riferimento a livello nazionale in materia di rifiuti e persegue la linea già definita dal Decreto "Ronchi": la priorità è quella della prevenzione e della riduzione della produzione e della pericolosità dei rifiuti, soltanto successivamente avviene il recupero di materia e di energia e quindi, come fase residuale dell'intera gestione, lo smaltimento (messa in discarica ed incenerimento).

Oggi esistono diverse pratiche per la gestione dei rifiuti e di conseguenza si distinguono diversi tipi di impianti: quelli per il recupero della materia tra cui quelli di riciclaggio degli imballaggi, quelli di compostaggio per i rifiuti organici, quelli per il recupero energetico (gli inceneritori o termovalorizzatori) e infine ci sono le discariche per smaltire tutto il resto.

 

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